Si avvolge nel mantello

Scrivo un po’ di cose, per non dimenticarmele.

Sulla banchina del treno, un ragazzo non vedente, col bastone e tutto. Indossa un paio di combat camouflage al ginocchio e una maglietta in tinta, salvia, e sulle spalle porta uno zainetto di quelli che vanno qua, super stiloso, tipo esploratore  vecchia scuola, maròn, con le cinghie. E io penso chissà chi lo ha aiutato a scegliere, perché mica lo vede che è tutto in tinta. Parla al telefono, e sorride.

Poco dopo le sei di mattina sul treno, due operai si parlano in italiano con forte accento napoletano. Ciao Giova’, mentre scendono. Il controllore passa e quando gli dai la tesserina lui dice “tak” che qui vuole dire grazie, ma lo dice allungando la A, taaak. E io penso a Pozzetto. Taaaak.

Le donne controllore sui treni sovente mi fanno pensare a Tata Lucia. Spesse, squadrate e pratiche, me le immagino, dovessero trovarti senza titolo di viaggio, più che a farti la multa, a spedirti in camera tua a riflettere su quello che hai fatto. E giù a ridere.

Un altro treno, torno dal lavoro, fuori un caldo becco. Scelgo l’ultimo vagone perché i graffiti che ne coprono quasi completamente i vetri creano un po’ di buio, e l’illusione del fresco. Un bambino strilla isterico per tutta la durata del viaggio, prego tutti i santi del calendario che sto calice passi alla svelta. Poi si siede davanti a me una ragazzina, bellina, avrà 13 anni, e piange disperata. Ho pianto anche io disperata su un treno. Allora rovisto nello zaino, e le allungo un pacchetto di fazzoletti, senza guardarla, perché le tristezze meritano discrezione. Lei si soffia il naso e mi restituisce il pacchetto, richiuso con cura. Passa qualche minuto e cerca di spiegarmi, qualcosa che riguarda la sua mamma, ma lo fa in danese, e io non capisco, e mi sento una merda, una vera merda, mi sento ignorante e inutile e zuccona. Le faccio segno che non capisco ma le dico in inglese: “qualsiasi cosa sia, passa”. Lei annuisce, si tira su, fa la donnina, si da un contegno come per dirmi, vedi? Sto meglio. E io mi sento di nuovo una merda, per questa balla colossale che le ho detto. Perché non tutte le cose passano. Ma certe balle vanno dette. Punto.

Un’altra sera in un posto dove suonano, siamo in coda per il retrè. Prima di noi un tipo atteggiato rocker piacione anni ’70, foularino e capello cotonato, gioca con una vaghissima somiglianza con Robert Plant (e ti piacerebbe ciccio), viscido come una lumaca senza guscio. Dietro di noi una donna, forse della mia età, forse qualcuno di più, capelli raccolti alla svelta, guarda dritto davanti a sé e una singola lacrima le scivola sulla faccia e lei la lascia andare, senza batter ciglio.

Vedo tutto, e tutto mi commuove o mi ferisce, per bellezza o crudeltà. La musica del maestro, il cielo, due uomini che versano con calma un tè alla menta in bicchieri di vetro, il sole sopra le nuvole quando sto in aereo, un uccellino stecchito in un carrello, lo prendo e lo butto via, perché è l’unica cosa da fare. Il collega che non parla inglese ma ce la mette tutta a imbastire due parole da dirmi, e dio lo benedica, sapesse il valore.

Infiniti punti di sutura, un intricato ricamo su uno squarcio che non chiude, ma mi fa vedere di più e oltre. E’ il mio superpotere, ne farei volentieri a meno.

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Mezzanotte tutto il giorno

Se è vero che chiù scure e mezzanotte non può fare, chi l’ha detto non ha visto il cielo che c’è qui a quell’ora: giallino cuore di fiamma, bruciato in un blu cobalto da cavarti gli occhi. Un tramonto stiracchiato all’infinito che torna alba dopo uno sbadiglio di buio.

Se neppure l’oscurità ha la stessa faccia sempre e ti coglie alla sprovvista, allora pensi che ti meriti un’assoluzione. Perdonarti. Perché hai scambiato il meschino per una persona per bene. Perdonati, perché non sei docile, ignorante e bovina, perché la bugia è uno sgambetto che si ripete all’infinito, e tu assisti impotente allo spergiuro e ai teatrini. Così sia. Credevo la notte fosse buia, pensavo i cattivi fossero riconoscibili come in un film anni 50, e invece me l’han messa in culo con la faccia della comunione. Così sia.

Ho visto posti. Già all’aeroporto ho sentito forte in faccia l’alito del mio Paese, un ragù che sobbolle dopo mesi di insalate. Ho visto la città coi fossi, ricostruita in fretta, accozzata, arrangiata, tenuta assieme con lo spago. Piante grasse che si calano da muri sberciati come ergastolani in fuga, afrori e razze, paradisi odorosi di mercato, ascelle nauseabonde d’autobus, lingue d’ altri continenti e il volgo locale, che ti fa ridere perché sembran sempre tutti incazzati, e lo sono. Col il tempo, il governo, col budello di tu ma’. E tu assisti e non cambieresti mai canale.

E poi casa, afosa e immobile, con le donne tutte uguali, con la divisa della messa in piega del sabato mattina, tutte lisce a suon di piastra e unghie pittate dentro sandali di gran gusto. Che tristezza infinita.

E poi l’isola, che se ne sbatte se è giugno, e ti gela i sentimenti con una pioggerellina stronza di traverso, e poi il sole, e i cavalli, e un’infinità di sassi, e il mare che ringhia sotto una fortificazione e sapessi ringhiare anche tu così, e a chi ti dice merda rispondere mangiala, come mi hanno insegnato a casa mia.

E mi è salito lo schifo, per le pose da social a mento alzato per camuffare le rughe, con il sorriso sempre uguale, e il nulla, il vuoto siderale condiviso. La finta coscienza politica di chi una coscienza non ce l’ha mai avuta, e predica bene e razzola malissimo, capace solo di rosicare ma che, citando la cantautrice, in piazza scende solo per il cane.

Lo schifo di tutto, che trova pace solo alzando gli occhi verso questo cielo che quando è bello toglie il fiato, mentre torno verso casa (ma casa dov’è?) e vedo le guglie della cattedrale piantate nelle nuvole come due aghi nell’ovatta.

Occhi pieni e cuore vuoto vogliono silenzio.

La meglio cosa, come sempre, è quella che non di dice.

Hai voluto la bicicletta

Non succede mai di accorgersi del momento. Te ne accorgi magari più tardi, in un sovrappensiero, anni dopo, facendo altro. Poi succede che invecchi, o che un disagio quotidiano ti rende più sveglio, più veloce, più vivo, nella consapevolezza che la vita che hai davanti è meno di quella che hai alle spalle. E’ capitato oggi, e vorrei descriverlo con destrezza da romanzo, un minuto prezioso, illuminato come un santo in una chiesa. Vorrei parlarne come di un’epifania, in cui odio e quisquilie si sciolgono assieme in bagliori di tramonto, e nulla è più importante di quel’istante minimo, perfetto e cristallino. E invece col cazzo. L’odio è sempre vivo e feroce, trasformato in generico disprezzo nei giorni buoni, l’arto che continui a sentire anche dopo un’amputazione (così mi dicono).

Però succede.

Mi succede di stare in un paesino sul mare, in Danimarca, un paesino che ha quattro lettere (ma ne pronunci solo due). Sto alla fermata del bus, ho un buco nei pantaloni buoni, perché sono appena cascata (da ferma) da una bici che è mia da dieci minuti, e l’unico fazzoletto di carta che avevo in tasca (già usato) l’ho messo al posto della pelle che non c’è più, e dal ginocchio fitte come scariche elettriche arrivano dritte al cervello a comunicarmi che se nascevo furba era meglio.

Con me alla fermata c’è un sioretto. Indossa un cappello da Crocodile Dundee e ha una macchina fotografica a tracolla, sembra un turista ma abita lì. Sta andando a prendere la macchina dal gommista, mette su quelle estive. In dieci minuti so tutti i suoi cazzi, che ha 65 anni, una moglie che lavora in banca (lui è in pensione), un figlio in Perù, che nel ’71 è partito in auto dalla Danimarca ed è andato sul Lago di Garda, a Bardolino, e allora io gli dico che la mia mamma viene dal Lago di Garda e avanti così, una piccola conversazione leggera, con l’odore del mare e la spiaggia a pochi passi, e il vento che arrotola le onde, con uno sconosciuto che mi dice che parlo bene l’inglese e vedrà che impara il danese senza problemi e sono sicura che il ginocchio non ha bisogno di punti? E torni quando fa più caldo che qua è bellissimo. E io penso cazzo è aprile e ancora non ci sono le foglie sugli alberi, ma è anche vero che ieri abbiamo lavorato all’aperto e per tre secondi sono stata in canottiera, e dai vicini arrivavano tutti i grandi successi di Eros Ramazzotti, e se non ridi lì quando devi ridere, a stare in un giardino in coppa all’Europa a rastrellare foglie secche, ad ascoltare la peggio selezione musicale, a pensare che sono due mesi che hai visto un coetaneo dentro a una scatola con sopra i fiori e a cercare un senso ai bucaneve e al male subito e alla vita e alla morte, ti schizza il senno sulla luna come a quello là.

Mi viene in mente Forrest Gump: la vita è una scatola di cioccolatini.

E io onestamente non lo so cosa succederà, non parlo ancora danese ma boia capisco quasi tutto dei menù. E ho una bicicletta. Non male per un martedì.

Royals

La mia amica sul mio divano è una regina. Non ho un vero divano, è una cosa arrangiata che ne fa le veci, ma con lei sopra diventa un trono. Arriva e porta doni, si siede e accavalla le gambe ed è bella come non sarò mai, con le chiome di fiamma raccolte sulla nuca, e una voce che ti fa l’effetto di quel vino bianco che ti portano d’estate col pesce, freddo,  nella caraffa imperlata di condensa, lo butti giù come l’acqua e ti spezza le gambe e ti rende liquido e benevolo, mentre guidi dentro al  tramonto che esplode sulla laguna.

E’ una supernova che illumina le mie piccole stanze e la mia piccola vita, una madonna con le unghie pittate, una creatura anfibia di acqua e di terra, misericordiosa con mendicanti che dovrebbero baciare dove pesta e invece allungano le loro manacce di lebbrosi, avidi, meschini e orbi da un occhio, accecati dal suo scintillare.

Oggi ho detto uno di quei no che aiutano a crescere, a non svendersi, a non vedere un’opportunità dove c’è solo presa per il culo, e mi son guardata allo specchio e non ho visto nemmeno un difetto, e allora ho pensato alle persone nella mia vita, ai rami secchi da tagliare e quelli da proteggere dal gelo.

Ci sono quelli che “chiama se hai bisogno”, ma quando hai bisogno non ci sono mai, quelli che “buttati è morbido” ma loro stanno lì ben piantati sul dirupo mentre tu ti sfracelli sugli scogli a due centimetri dai ruggiti di un oceano incazzato e spumoso, e guardan giù scrollando il capino di fronte alla tua dabbenaggine, lupi travestiti da agnelli.

Poi ci sono gli altri, arcangeli in missione segreta. Lettori d’aura, il terzo occhio grande come una padella, benedetti siano nei secoli, scavalcatori di cancelli, scassinatori di lucchetti, seminatori d’amore nel mio cuore di sasso, avvitano lampadine dove non si vedeva un cazzo, stanano i mostri sotto il letto e gli offrono da bere. Per il rotto della cuffia, mi salvano.

Tuttestorie

Al figlio dei vicini gli è scesa la catena, fermo all’incrocio di un’eterna infanzia e, a dirla tutta, mi sa che il frutto non è caduto tanto lontano dall’albero. La madre tira giù santi e madonne in full hd come il famoso scaricatore, e il padre, per dire, l’altro giorno era in strada in mutande: doveva prendere qualcosa dall’auto e con passo felpato e una pancia che più che provincia faceva regione a statuto speciale ha alzato il cofano come il mago Silvan che crea la suspance (applausi).

Il nuovo vicinato mi arriva prima di tutto attraverso i suoni: l’anziano che alle sett’albe spazza gli aghi di pino dal vialetto condominiale: una conifera delle dimensioni di un palazzo di sei piani lo sovrasta e se potesse applaudirebbe per l’ora, per la cocciutaggine e la commovente inutilità del suo gesto, swish swish swish. Poco più tardi un altro passa in bicicletta con due cani al guinzaglio, ogni cane ha al collo un campanellino così che l’effetto sonoro è molto slitta di Babbo Natale. Ogni mattina, cling cling cling, potrei registrarci l’orologio.

Nella palazzina di fronte una televisione a tutto spiano per tutta la notte, la archiviamo nel file “non dormo io, cazzo non deve dormire nessuno”, fanno il coro delle galline parecchio vispe e un’altra tizia che alle sei fa ginnastica urlando UNO DUE TRE come se fosse una motivatrice alla fiera del fitness. A scandire il giorno poi c’è la campanella che segnala il passaggio di un trenino locale, ha un suono bellissimo, come una pieve di campagna che annuncia i vespri.

Poi ci sono le cose che vedo e le persone. C’è una casa che credevo abbandonata con un giardino a metà tra la selva oscura e la discarica. Passando si sente un inequivocabile odore di deiezioni, ahimè, umane. Ci abita un signore che manda lo stesso afrore della dimora, lo trovo ogni giorno sulla panchina di fronte al panificio, o un po’ più in là, sempre con gli stessi vestiti, ogni tanto ha in mano un sacchetto di grissini confezionati, lo so che si siede lì così presto perché aspetta l’ora di apertura. L’ho visto rovistare nell’immondizia, e anche se a passargli vicino si ribalta lo stomaco, cerco di non attraversare, mi sento di dovergli quella cortesia, o forse la devo a me stessa, per imparare che alle volte un uomo ha la dignità che tu sei disposto a lasciargli, anche se sei costretto a fare dieci metri di marciapiede in apnea.

E ci sono le cose che vedo per caso, passando in auto: un pastore tedesco portato fuori ogni mattina con amore, pioggia o sole, con uno di quei carrellini applicati alle zampe di dietro. Le orde di immigrati in fila indiana, tutti col sacchetto di plastica del supermercato, sempre più eleganti nei loro abiti tradizionali che in quella finta disinvoltura di Occidente made in Vietnam.

Sul muro di cinta della casa dove sto c’è uno di quegli altarini votivi solitamente piazzati sugli incroci, con orribili fiori di plastica e il lumino di Padre Pio. Una domenica mattina vedo lì davanti un ragazzo, pare giovane, 25 non ce li ha, pure belloccio, ben vestito, alla moda voglio dire, non un ciellino con il colletto chiuso fino all’ultimo bottone e la canottiera della salute. Sta lì davanti in quell’atteggiamento che i maschi adottano per i funerali o i calci di punizione: braccia tese e mani unite davanti alle pudenda, e che fa? Prega. Nell’andirivieni dell’ora di pranzo, tra portiere che sbattono e gente che fa manovra vieni vieni vieni aaaaaaaaalt, lui prega, testa bassa e cuore altrove.

Passo in bicicletta una linda casetta, ortensie in giardino e davanti alla porta d’ingresso una signora in età su una sedia a rotelle, indossa un golfino rosa come i fiori e tiene il mento appoggiato a una mano come il pensatore di rodin, e sorride, sorride proprio, nel bagliore pomeridiano che le fa socchiudere un po’ le palpebre, e lo vedi che anche il suo sguardo è altrove, lontano da quel triste giardinetto all’italiana, e dalle sbarre alle finestre perché che brutti tempi signora mia.

Quando si è sempre da soli si pensa un sacco, e si osserva tutto, provando a immaginare, cercando una distrazione, la vita come un infinito piano sequenza, un Ulisse in presa diretta (sorry James). Le tue miserie ormai te le tieni per te, persino a te son venute a noia, invece quelle degli altri, vedi, fan quasi una storia. Guarda qua, ci hai riempito una pagina.

Walk this way

Se tornando a casa un venerdì sera ti serve urgentemente un pretesto per disperarti (che non sia quello vero) quando arriva Jeff Buckley gli spalanchi le porte e gli metti su il caffè. Te lo immagini che va a farsi un bagnetto, magari con un paio di sassolini in tasca e così puoi farti il tuo piantino indisturbata dentro alla Panda lercia. Ho visto le interviste: no, lui non voleva. La verità, ciccia, è che non lo puoi sapere. Manina sul fuoco, croce sul cuore? No, non puoi davvero. La santa verità è che l’anima è una grotta buia, e abbiamo in dote solo una scatola di cerini.

Così eccolo là, accolto dalle acque, per sempre cristallizzato in bellezza e gioventù, come un insetto dentro un’ambra, e tanti saluti ai tuoi “non voleva”.

Arrivo a casa, mi faccio la doccia. Ho imparato a vestirmi velocissimamente, finché lo specchio è appannato, così non mi devo guardare (bagno minuscolo, specchio grande, non hai scampo) e mi infilo a letto triste e sfinita.

Fastforward al giorno dopo. Arrivo dal benzinaio coi finestrini giù, ho la maglietta a righe e gli occhiali da sole da diva anni ’50 e Walk this way dei  RUN DMC fortissimo. Fortissimo. Il tipo che sta facendo il pieno davanti a me mi vede e scoppia a ridere, e per un attimo mi vedo da fuori e rido anche io.

Ah, se sapessi amico. Quanti sassolini ho dentro al cuore, ma ancora non mi trascinano sul fondo. Non ancora.

Amor amor amor ma no ‘l mor mai

Ricopio qui una cosa che scrissi altrove. Riciclaggio selvaggio di sante verità.

Ieri, festa di tutti gli innamorati (vomito) ero al Lidl con mia sorella, arriviamo in cassa e soreme mi fa notare due uomini, uno con una rosa incellophanata (triste. tristeeee) e l’altro con delle roselline in una specie di confezioncina a sacchetto tutta cuoricini. Vedi – mi dice – uomini…all’ultimo minuto. E meno male che c’è il Lidl aperto!

Al momento di pagare uno dei due (quello con la confezione “importante”) protesta perché il suo delicato pensiero invece di €1,99 come pensava costa ben €3,99. Alla fine dice: la prendo lo stesso – con la faccia di chi invece di una bici di terza mano è costretto a comprarsi una Lamborghini. Io che non so star zitta dico alla cassiera che a uno così non la darei neanche fosse l’ultimo uomo sulla faccia della terra, piuttosto me la tengo di ricordo. E avrei voluto apostrofare il nostro amico spendaccione citando Lucio Dalla: poveretto, il tuo sesso dallo al gabinetto. #edomandatiperchénontrombi

Voodoo child

Ho letto da qualche parte che alcuni cani che vivono particolarmente in simbiosi con i loro padroni, sviluppano la capacità di scovar loro le malattie. Puntano col muso dove il malanno si nasconde e come è vero dio più precisi di una tac, lo stanano, permettendo al loro proprietario di farsi venire il sospetto e curarsi in tempo.

Cani e bambini nei primissimi anni di età sono della stessa tribù, entrambi concentrati solo sui bisogni primari non perdono tempo nelle inutili seghe mentali della maiala vita adulta, e sono così liberi di sviluppare la loro magia, e se siamo fortunati ogni tanto ci lasciano sbirciare.

Arriva dal corridoio come chi va alla guerra, e punta dritta verso di me. Di fronte stanno seduti mamma e papà ma non mi molla, non molla nemmeno il ciuccio, ma non serve dire, in effetti non sa ancora parlare, ma si fa ben capire: allunga le manine per farsi prendere in braccio e io la siedo sulle mie gambe, girata verso i genitori, e continuo la lezione. Non siamo in confidenza io e lei, mi ha vista forse una volta, ma evidentemente ha visto quel che c’era da vedere. Mentre affronto le insidie del passato prossimo mi si appoggia sul petto, a peso morto, rilassata, io faccio ballare la gamba come fa mio padre e lei sta lì, perché quello adesso è il suo posto, ha un lavoro da fare. Creaturina di burro e piume, sento l’odore buono che hanno i bambini prima che gli ormoni rovinino tutto, sento il cuore attraverso la schienuccia esile, sento il poppare forte sul ciuccio di gomma. Questo è il mio personale miglio verde e lei è il mio Mr Coffee, bollicine nere escono da me e si disperdono nella stanza.

Da qualche giorno ho ripreso a dormire, magia bianca di una curandera col pigiamino e gli antiscivolo, con su gli orsetti e le fragole, che mi ha puntato il muso dove faceva male e senza proferir parola ha detto: alzati Lazzaro.

c’è posta per te

Scrivere la letterina a Babbo Natale è un atto di fede cieca, un sentimento puro che andrebbe distillato e imbottigliato. Come Mulder vuoi fermamente credere, occhi e pugni strizzati nell’intensità di quella dolce aspettativa che sai non verrà delusa. E non importa se le incongruenze del teatrino di genitori impreparati in effetti qualche dubbio te lo insinuano: Babbo Natale, o Gesù Bambino? Tutti e due? E cosa ci fanno un vecchio in sovrappeso e un bimbo tutto nudo in giro per i cieli gelidi di dicembre? Non importa, la tua fede è pura, incorruttibile.

Ho scritto anche io una lettera, una lettera piena di amore e tenerezza, un cuore spalancato su un paio di paginette, un atto di fede cieca. L’ho scritta e me ne sono scordata.

L’ho ritrovata poi a casa del destinatario, cercando altro in un cassetto della cucina, assieme a carabattole, custodie di cellulari, piastrine antizanzara, e un’altra lettera, non mia. Non mia.

Ho preso la busta con sopra la mia calligrafia, ho riletto il contenuto, e poi l’ho fatto a pezzi, cacciandolo nella tasca interna della valigia, in mezzo alla biancheria sporca, riservandomi di gettarlo una volta a casa.

La lettera non aveva ricevuto mai risposta, e ora stava lì, in un cassetto qualunque, assieme ad altre cose di poca importanza, dove chiunque poteva leggerla. Non conservata in un angolo privato, speciale, ma lì, come uno scontrino che qualcuno si è scordato di gettare.

Una merda, mi sono sentita una merda, mi sarei buttata io nel secchio dell’indifferenziata assieme a quei pezzi di carta, pezzi di me. Umiliata e svilita, una cosa senza valore.

Nessuno ha mai sentito la mancanza di quella busta, così come non sente la mia.

L’unico atto di fede che mi sento di compiere adesso, è quello che mi fa aprire gli occhi la mattina. E mi pare già tanto.

fumo negli occhi

La nonna materna è rimasta vedova giovanissima. Vedova a quarant’ani con zinque fiòi, è il ritornello che sento scandire da tutta la vita. Cinque figli di cui una appena nata, più due altre donne di famiglia, nemmeno la sua, per inciso. Non te lo puoi immaginare, ti deve capitare.

E lì hai due strade: o ti trovi un altro buon uomo che trascini con te questo carretto, portando a casa i suoi pantaloni e la sua busta, o stai da sola e ti arrangi.

Lei ha scelto la seconda.

Le so da mia madre queste cose: il vicino, mi par di vederlo con il cappello in mano, un po’ curvo nell’ossequio, la implora: “Lina, tolème!” – prendetemi, dandosi del Voi, quasi felliniano, grigio e marrone come la campagna d’inverno, sotto la bruma e il letame.

Lei non si è presa mai nessuno, già anziana difendeva ancora questa scelta, diceva: “no vòi saverghen de miserie” – non ne voglio sapere di “miserie”, e il quel ‘miserie’ c’era dentro tutto, tutto. Potenza del dialetto, che in una parola mette dentro i compromessi amari, un letto diviso per un cucchiaio di più nel piatto sbeccato, una triste sostituzione, un siòrsi, masticato a fatica.

Di lei ho il fisico compatto e tracagnotto, il sarcasmo, l’impossibilità fisiologica ad accettare le cazzate (o merda o beretta rossa, come a dire non stiamo tanto a menare il can per l’aia) e quel “mai più” che diventa vita, lei in ginocchio sulla sedia a seguire la tribuna politica, io a sbattacchiare le dita su una tastiera, un po’ per celia, un po’ per non morir.

E la dolcezza, fatta a brandelli da ganasce d’acciaio, fino a scomparire se mai c’è stata, dure da masticare entrambe, ben piantate sulle cosce grosse, sulla punta della lingua munizioni infinite, perché l’attacco è la miglior difesa.

Ho un immagine di lei, in montagna, attorno al tavolo del dopo pasto. Non fumava, ma ogni tanto per vezzo chiedeva un zigaret, tirato in punta di labbra e sicuramente senza aspirare, fresca di messa in piega e densa di cibo, che non si negava mai, un’altra rivincita su una vita di sacrifici. Se ci penso adesso mi pare di immaginare, in quelle quattro boccate, una riscossione con gli interessi del tempo rubato, gli occhi blu messi a fessura su un inimmaginabile orizzonte differente.

E’ mancata da diversi anni ormai, ma se chiudo gli occhi sento ancora l’odore della sua casa, sul campanello il suo cognome. Da nubile.