vengo anch’io

Ieri  in centro  sento una signora dietro di me affermare perentoriamente: “Bisonnia starre col male che si ha, no zercar notti”.

Ipse dixit, ma ‘signora mia’ non sono d’accordo. Perché se è pur vero che la sfiga ci vede benissimo, dice bene il nostro Lorenzone nazionale:  “se non avessi voluto cambiare oggi sarei allo stato minerale”.

Esiste, e ne dobbiamo prendere atto, un certo qual pessimismo/rassegnazione di stampo cattolico (e, in senso più ampio, religioso, perché anche Buddha con suo “la vita è sofferenza” scherza non poco), che vuole che ogni sfiga ,disgrazia o situazione scomoda o sgradevole, siano frutto di un disegno divino al quale dobbiamo sottostare, per uscirne al massimo ritemprati, ma sempre sfigati, vivendo cornuti e mazziati sottobraccio al nostro mal stare.

Se avessimo dato retta alla signora, staremmo ancora qui a pensare di vivere su un bel cubetto di terra, moriremmo per malattie banali e non sapremmo mai di tutte le meraviglie che si nascondono dietro l’angolo, in un altro continente, un po’ oltre il nostro naso.

Quelli che ‘cercan notti’ ci si insegnano, mannaggia, che SI. PUO’. FARE.  Si possono fare piccole scelte quotidiane anche solo per vedere di nascosto l’effetto che fa, coltivare giardini dove “tutti dicevano che qui non ci cresce un cazzo”, scendere dalla ruota del criceto, e dire a tutti: “Ci si vede ragazzi, io vado a piedi.” E godersi per una volta il panorama.

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run baby run

E quindi corro.

Se la notizia dovesse far  affiorare immagini di gazzelle, che in tutta levità sgambettano  verso il sole che sorge, in un luccichio di foglie e trillar di augelli… ecco, non esattamente.

Pensate  Godzilla, pensate sudore, non quello sexy da softporno creato ad arte con acqua spruzzata sull’olio johnson, dico sudore,  quello schifoso, che fa appannare gli occhiali,  pensate fatica sproporzionata allo sforzo, pensate a braghette tolte col raschietto da tappezziere, tanto  si sono appiccicate addosso. Mooolto meno bello di quanto sembri.

Ho iniziato camminando veloce, diciamo “sto perdendo l’ultimo bus e nel frattempo devo cercare di non far cadere quella monetina da dieci centesimi che stringo tra le chiappe”. Quel genere di veloce.  E da lì il passo è stato breve. Letteralmente. Perché il primo dato osservabile di questo cambiamento epocale nella mia vita è stato: vado più veloce quando cammino. Ma boia chi molla, e mi complimento con me stessa per ogni microrisultato.

Quindi da neofita e autodidatta, mi permetto di dare la mia dritta sull’argomento: avete iniziato una qualsiasi attività  di carattere vagamente fisico e anche solo lontanamente sportivo? Bene, secondo me la prima cosa da fare è una e una sola. NON DITELO. MAI. A NESSUNO.  NEANCHE SOTTO TORTURA.

Perché appena uno, preso dall’entusiasmo dei suoi nanoprogressi, inizia a dirlo a qualcuno, ecco che parte (sigletta) il totoconsigli.

Sì, chiunque, anche quello che ha corso una volta, nel ’52, dietro alla litorina per Cividale, si sente in dovere e in obbligo di ragguagliarvi su metodi e sistemi, quali i migliori attrezzi, quale il migliore allenamento.  Avete appena iniziato a darvi del tu con le scarpe da ginnastica, estatici per  aver superato i primi cinque minuti di corsa senza passare per l’infarto, che già qualcuno vi dirà che dovete aumentare la frequenza, i chilometri, fare 150 flessioni dopo ogni curva, appendervi ai lampioni per le balle e fare Tarzan.

Evidentemente Paese di santi, navigatori e preparatori atletici.

Un’altra cosa (che per fortuna non mi succede più perché non ho una vita sociale)  che è capitata in passato  è questa:

“Dài! Vai a camminare (correre, nuotare, saltare come tippete, fate voi)?? Bello! Allora si va insieme qualche volta!!”  e voi sorridete, nicchiate, abbozzate, digrignate un sì stitico fra i denti  e dentro di voi pensate: MA ANCHE NO.

Certi piaceri, al pari di certi dolori, vanno affrontati in solitudine, pancia in dentro petto in fuori verso l’intelleggibile futuro. Tra una bestemmia e l’altra per la sveglia all’alba che magari non vi si confà, alzerete gli occhi verso il cielo del nuovo giorno, e quell’immenZità, tersa o bigia che sia, sarà lì per voi, e voi solamente.

cominciamo bene

presente , a scuola, quando  liberi di scrivere il famoso “tema a piacere” vedevate stendersi davanti a voi il lenzuolo bianco del vuoto siderale dentro al cervello? ecco, diciamo che a scuola ero più brava. scegliere un titolo che non sia già stato utilizzato nella blogfera è come far pupù sull’orlo di un precipizio sperando di centrare il cespuglio che sta 800 metri più sotto. difficile, ecco. quindi con poca fantasia mi trasferisco in questi luoghi. e abbiate pazienza se all’inizio non sarò proprio ferratissima per quel che riguarda la parte tecnologica: son portata per le materie umanistiche.