il sale della terra

Lucio Dalla buonanima assieme a De Gregori si chiedeva “cosa sarà, che fa crescere gli alberi, la felicità”. Tralasciando la mia personale gratitudine per aver incluso “una donna bassina e perduta” nelle loro liriche, mi sento di ringraziarli per la domanda. Ma ne avrei un paio anche io, mi consentano.

Mi chiedevo se davvero non sia necessario a volte (o sempre) uscire dalla propria zona di conforto e pestare una metaforica cacca, sentirsi un po’ a disagio per mostrarsi un po’ più nudi e vulnerabili e quindi più simili agli altri, nel raccontare le cose, esponenedo il proprio cuore che pulsa fuori dal petto come Gesù  in certe  immaginette.

Che cosa ci muove, o ci commuove? Cosa ci fa alzare la testa dal nostro quotidiano tran tran per ascoltare con attenzione una storia, una canzone, o un cambiamento nell’aria? La bellezza, certo, sicuramente l’empatia, perché ci piace riconoscerci e desideriamo specchi emotivi, per paura di perderci ci cerchiamo continuamente nell’altro. Ma non è tutto.

L’amaro, il dolore (che in francese è femmina, interessante), non quello che strappa le vesti, ma quello piccolino, quotidiano, che striscia in tutte le cose come una venatura più scura in un marmo bianco, la consapevolezza (occhio che arriva il parolone) della natura effimera di ogni cosa…non sarà quello che fa suonar campanelli, sirene, allarmi interiori? Quel puntino nero nello svirgolo bianco del tanto abusato simbolo del tao lo spiega graficamente a noi zucconi: in ogni dolce ben riuscito si nasconde un pizzico di sale. E lo cerchiamo in tutte le cose perché ce le rende più care e preziose, ci piace un bel lieto fine, ma ci diverte sudarcelo un po’, almeno, per finta, cantando assieme alla radio o leggendo un romanzo. O a un incrocio di strada, in un esplosione di sole fuori stagione, con il cappotto migliore e le peggiori intenzioni, regalando la pelle a un altro, come un trofeo di caccia. Cum grano salis.

the last good day of the year

ogni anno all’approssimarsi del 31 dicembre il fantasma di un capodanno passato mi viene a trovare. Dickens sarebbe orgoglioso di me.

ci svegliamo entrambi con una canzone in testa: the last good day of the year. fuori dalle grandi finestre è tutto gelato e immobile, cristalli come merletti su alberi stecchiti, e fiato bianco a sbuffi, e cuoio delle suole irrigidito sul selciato della ricca provincia del nord. le stanze sanno di un certo incenso a granuli bruciato in un bel diffusore con la candelina sotto. ne ho uno uguale, con lo stesso incenso conservato in un vecchio contenitore di latta di una pellicola kodak.

non lo sapevo allora, ma lì in quell’immobilità, qualcosa si è staccato in me, come un’unghia pestata, che con gli anni è poi ricresciuta storta e bitorzoluta, insensibile al tatto.

arriva per tutti, in momenti diversi, un’età in cui si smette di dimenare la coda come un pesce all’amo. la chiamano consapevolezza,  io la chiamo pace. quando finalmente puoi celebrare i tuoi piccoli lutti con il necessario distacco (ma mai troppo), accarezzandone l’ineluttabilità che è propria della morte, o del passaggio a un’età successiva.

restano poche cose: un odore, una canzone, come un buco in una diga che tieni tappato con un dito, ma finché regge, ringrazi il dottore, rifiuti l’offerta, e vai avanti.

un indovino mi disse

ok. non proprio un indovino, ma un’amica, tanti anni fa, una persona colta, intelligente e affascinante, molto più cosmopolita di quanto io sia, mi disse che non aveva nessun interesse nel visitare posti lontani, che tutto il “viaggio” che le serviva poteva star comodamente dentro il Mediterraneo.

-il nostro catino azzurro, il nostro specchio, quanto più ne siamo lontani, tanto più la nostra immagine appare nitida in ogni dettaglio-

così,quella semplice affermazione che allora trovai un po’ radicale, ha continuato in questi anni a macerare in me con tutte le sue implicazioni, e in questi giorni mi illumina di una nuova alba, e mi racconta una verità non più su di lei (che forse nel frattempo ha anche cambiato idea) ma (grasse risate) su di me.

niente come non avere un posto dove tornare ti fa sentire forte l’appartenenza, non esattamente a un posto ma a un modo di essere. e lo  riconosci come tuo non solo per cultura e educazione, ma a un livello più profondo, direi viscerale, se la parola non evocasse in me un’idea di ribollir d’intestini.

in questa città che  ti riversa addosso cibo letteralmente ad ogni metro di strada, dove  i supermercati traboccano di pasti pronti, e di biscotti confezionati in miliardi di monoporzioni e dove tutti scimmiottano felicemente gli americani trangugiando orribili intrugli da bicchieroni di carta e plastica, senza fermarsi, mangiano per terra, o camminando o guidando, e il nutrimento non ha nessun valore se non quello delle calorie religiosamente stampate su ogni confezione, insomma qui rivendico appartenenza ad altro. e non per imposizione ma per scelta. io non sono quella roba lì, e non voglio esserlo.

questa immensa città, densa per altri versi di possibilità e di ricchezza, mi dice quello che già so di come sono e come voglio essere e quello che voglio avere e dove voglio stare. tra il finto luccicar degli opulenti negozi del centro,e lo squallore di infinite periferie di tendine mummificate dietro vetri lerci, io scelgo altro, scelgo me. un vecchio tavolo apparecchiato con stoviglie familiari, una finestra ad est, una moka sul gas, piccole cose in una piccola casa. e non qui. non qui.

le vite degli altri

Sul marciapiede, dove il passo che ti viene ceduto è quello a sinistra, gente in canottiera con un gelo polare, scarpe improbabili su divise di scuola. Sul sedile opposto della metropolitana, mangiano patatine puzzolenti e se le staccano dai denti con le dita, fauci spalancate, mentre il loro cane tenero, vecchio, si appisola vicino ai miei piedi. Per strada, attraverso grandi finestre senza tende, alberi di natale, gente sul divano, infiniti orribili ninnoli, immagino pavimenti scricchiolare sotto onnipresenti moquettes, ma sono io a scricchiolare qua fuori, a guardare rose rampicanti fiorite in gennaio, e telecamere a circuito chiuso a grappoli, con la promessa di sonni tranquilli dietro facciate ricoperte di pacchiani, luccicanti addobbi.

Guardi quella degli altri perché ti sfugge la tua, il motivo e la direzione, ti vedi riflessa in un vetro e hai la faccia di chi si sta rimasticando i suoi stessi denti, e hai qualcosa di duro da deglutire a secco, e hai una ruga in mezzo agli occhi e  in mezzo ci scorre un fiume.

quel che l’è

Mi sa che devo smetterla di usare questo spazio come un vestito della festa, una paio di mutande tenute da parte per le occasioni, o per andare dal medico, o per farsi tirare sotto da un autobus. La perfezione non è di questo mondo, o per lo meno non del mio in questo momento. E quindi trovo che anche la pupù abbia bisogno di un degno cronista, che sarei io. Consentitemi. D’altra parte non ho un’audience da accontentare. Solo pochi benevoli aficionados, che non se ne avranno a male se non mi metto in lista per il Premio Strega, ma semplicemente mi sfogo in questo angolino virtuale, che è mio, tutto mio. Arrogandomi il sacrosanto diritto di frignare ogni tanto, contemporaneamente mi obbligo a smettere di farlo, cercando di prendere un giorno alla volta, una mazzata alla volta.

Quindi il quadretto è questo: ieri sono andata in un un jobcentre per un po’ di burocrazia, ci sono andata con il bus. A un certo punto doveva salire una signora anziana con il bastone e l’autista ha “abbassato” il bus per farla salire meglio. E’ stata la cosa più bella che ho visto in tutta la giornata. Nel freddo pungente con una pioggia vaporizzata rognosissima in un quartiere parecchio squallidino e un raffreddore da cavallo che non mi veniva così dal 1915 mi sono vista da fuori. La sfigata italiana in mezzo al nulla con il suo patetico curriculum in singola copia nella bustina di plastica per non farlo bagnare, l’ombrello pieghevole con una stecca sifulina, le scarpe che iniziavano a far acqua e la domanda di rito che saliva dritta dalla pancia: “ma io, alla mia età, CHE CAZZO CI FACCIO QUA?” Ancora nessuna risposta. Il costante senso di disagio che mi accompagna, va deglutito assieme al magone perenne, e avanti popolo.

Più tardi mi trovo dalla parte opposta della città, per una commissione. Sono sulla banchina in attesa della metropolitana che mi riporti a casa (si fa per dire), e sul binario opposto, nel silenzio surreale che si crea in una stazione quando i treni sono in ritardo, un po’di varia umanità: una tipa con i capelli ciclamino e una gonna di tulle blu e viola, una signora sui 50 e rotti con un buffo berretto, polpacci da rugbista e una banana in mano, tenuta come una spada, che non si decide a mangiare, e dietro (la sento ma non la vedo) una negrona (strano come dalla voce si può intuire l’etnia e la stazza) ci redarguisce sulla vita maiala, ci dice che Gesù è venuto per salvarci, e che dobbiamo avere fede nella bibbia, perché ne vale la pena. Dice proprio così: NE VALE LA PENA.

Signora mia, mi dispiace per il suo sbrandellamento di polmoni, ma non è riuscita a convincermi. Vorrei mettermi in ginocchio e pentirmi e dolermi, ma in questo momento mi girano tanto le balle. Sono disgustata dall’opulenza che mi circonda in questa città bellissima da visitare ma assurda da vivere. Vorrei uno spazio mio in cui sfanculare serenamente e una vita dignitosa. Sembra facile.