quel che l’è

Mi sa che devo smetterla di usare questo spazio come un vestito della festa, una paio di mutande tenute da parte per le occasioni, o per andare dal medico, o per farsi tirare sotto da un autobus. La perfezione non è di questo mondo, o per lo meno non del mio in questo momento. E quindi trovo che anche la pupù abbia bisogno di un degno cronista, che sarei io. Consentitemi. D’altra parte non ho un’audience da accontentare. Solo pochi benevoli aficionados, che non se ne avranno a male se non mi metto in lista per il Premio Strega, ma semplicemente mi sfogo in questo angolino virtuale, che è mio, tutto mio. Arrogandomi il sacrosanto diritto di frignare ogni tanto, contemporaneamente mi obbligo a smettere di farlo, cercando di prendere un giorno alla volta, una mazzata alla volta.

Quindi il quadretto è questo: ieri sono andata in un un jobcentre per un po’ di burocrazia, ci sono andata con il bus. A un certo punto doveva salire una signora anziana con il bastone e l’autista ha “abbassato” il bus per farla salire meglio. E’ stata la cosa più bella che ho visto in tutta la giornata. Nel freddo pungente con una pioggia vaporizzata rognosissima in un quartiere parecchio squallidino e un raffreddore da cavallo che non mi veniva così dal 1915 mi sono vista da fuori. La sfigata italiana in mezzo al nulla con il suo patetico curriculum in singola copia nella bustina di plastica per non farlo bagnare, l’ombrello pieghevole con una stecca sifulina, le scarpe che iniziavano a far acqua e la domanda di rito che saliva dritta dalla pancia: “ma io, alla mia età, CHE CAZZO CI FACCIO QUA?” Ancora nessuna risposta. Il costante senso di disagio che mi accompagna, va deglutito assieme al magone perenne, e avanti popolo.

Più tardi mi trovo dalla parte opposta della città, per una commissione. Sono sulla banchina in attesa della metropolitana che mi riporti a casa (si fa per dire), e sul binario opposto, nel silenzio surreale che si crea in una stazione quando i treni sono in ritardo, un po’di varia umanità: una tipa con i capelli ciclamino e una gonna di tulle blu e viola, una signora sui 50 e rotti con un buffo berretto, polpacci da rugbista e una banana in mano, tenuta come una spada, che non si decide a mangiare, e dietro (la sento ma non la vedo) una negrona (strano come dalla voce si può intuire l’etnia e la stazza) ci redarguisce sulla vita maiala, ci dice che Gesù è venuto per salvarci, e che dobbiamo avere fede nella bibbia, perché ne vale la pena. Dice proprio così: NE VALE LA PENA.

Signora mia, mi dispiace per il suo sbrandellamento di polmoni, ma non è riuscita a convincermi. Vorrei mettermi in ginocchio e pentirmi e dolermi, ma in questo momento mi girano tanto le balle. Sono disgustata dall’opulenza che mi circonda in questa città bellissima da visitare ma assurda da vivere. Vorrei uno spazio mio in cui sfanculare serenamente e una vita dignitosa. Sembra facile.

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