the last good day of the year

ogni anno all’approssimarsi del 31 dicembre il fantasma di un capodanno passato mi viene a trovare. Dickens sarebbe orgoglioso di me.

ci svegliamo entrambi con una canzone in testa: the last good day of the year. fuori dalle grandi finestre è tutto gelato e immobile, cristalli come merletti su alberi stecchiti, e fiato bianco a sbuffi, e cuoio delle suole irrigidito sul selciato della ricca provincia del nord. le stanze sanno di un certo incenso a granuli bruciato in un bel diffusore con la candelina sotto. ne ho uno uguale, con lo stesso incenso conservato in un vecchio contenitore di latta di una pellicola kodak.

non lo sapevo allora, ma lì in quell’immobilità, qualcosa si è staccato in me, come un’unghia pestata, che con gli anni è poi ricresciuta storta e bitorzoluta, insensibile al tatto.

arriva per tutti, in momenti diversi, un’età in cui si smette di dimenare la coda come un pesce all’amo. la chiamano consapevolezza,  io la chiamo pace. quando finalmente puoi celebrare i tuoi piccoli lutti con il necessario distacco (ma mai troppo), accarezzandone l’ineluttabilità che è propria della morte, o del passaggio a un’età successiva.

restano poche cose: un odore, una canzone, come un buco in una diga che tieni tappato con un dito, ma finché regge, ringrazi il dottore, rifiuti l’offerta, e vai avanti.

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