il sale della terra

Lucio Dalla buonanima assieme a De Gregori si chiedeva “cosa sarà, che fa crescere gli alberi, la felicità”. Tralasciando la mia personale gratitudine per aver incluso “una donna bassina e perduta” nelle loro liriche, mi sento di ringraziarli per la domanda. Ma ne avrei un paio anche io, mi consentano.

Mi chiedevo se davvero non sia necessario a volte (o sempre) uscire dalla propria zona di conforto e pestare una metaforica cacca, sentirsi un po’ a disagio per mostrarsi un po’ più nudi e vulnerabili e quindi più simili agli altri, nel raccontare le cose, esponenedo il proprio cuore che pulsa fuori dal petto come Gesù  in certe  immaginette.

Che cosa ci muove, o ci commuove? Cosa ci fa alzare la testa dal nostro quotidiano tran tran per ascoltare con attenzione una storia, una canzone, o un cambiamento nell’aria? La bellezza, certo, sicuramente l’empatia, perché ci piace riconoscerci e desideriamo specchi emotivi, per paura di perderci ci cerchiamo continuamente nell’altro. Ma non è tutto.

L’amaro, il dolore (che in francese è femmina, interessante), non quello che strappa le vesti, ma quello piccolino, quotidiano, che striscia in tutte le cose come una venatura più scura in un marmo bianco, la consapevolezza (occhio che arriva il parolone) della natura effimera di ogni cosa…non sarà quello che fa suonar campanelli, sirene, allarmi interiori? Quel puntino nero nello svirgolo bianco del tanto abusato simbolo del tao lo spiega graficamente a noi zucconi: in ogni dolce ben riuscito si nasconde un pizzico di sale. E lo cerchiamo in tutte le cose perché ce le rende più care e preziose, ci piace un bel lieto fine, ma ci diverte sudarcelo un po’, almeno, per finta, cantando assieme alla radio o leggendo un romanzo. O a un incrocio di strada, in un esplosione di sole fuori stagione, con il cappotto migliore e le peggiori intenzioni, regalando la pelle a un altro, come un trofeo di caccia. Cum grano salis.

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