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nonniblogIl Vasco e la Maria, l’eleganza nella semplicità, persino in ciabatte,noi non siamo più capaci. Quel terrazzo, le piante aromatiche dentro vecchie latte e catini, i panni stesi con le mollette di legno, così sopra i tetti. E fuori Sesto, degli orti, delle fabbriche, del prestinaio e l’ortolano, la spesa fatta tutti i giorni quando i negozianti li conoscevi per nome di battesimo. Guardate lui, la stessa pettinatura impeccabile tutta la vita, prima di chiudere gli occhi le chiede “un basìn” come se stesse per prendere un treno.

Molto più tardi, io sono bambina, torniamo io e  lei a piedi forse dal cimitero, e ogni volta mi dice, lo sai che in quella casa è nato il tuo papà? Lo so nonna, ma mi piace che tu me lo dica sempre. Mi piace il percorso quotidiano con la borsa della spesa (non quelle di plastica di adesso) con dentro i vuoti a rendere (che fine hanno fatto? perché non si usano più?), le michette che così le fanno solo a Milano.

Nella mia testa Sesto ha quell’odore lì, di pane appena sfornato e pipì di gatto e quelle piastrelline zigrinate del terrazzo avevano un aroma sotto il sole che forse mi sono solo immaginata ma che è indelebile nella mia memoria.

E quando non ci saremo più chi ricorderà? Scrivere è l’unica risposta che mi viene in mente, senza fronzoli, che non servono. Finché posso ricordare un odore, allora ci sto.

 

 

treni e ragni e cieli immenzi

Olive Kitteridge si prepara a sparasi un colpo con lo stesso pragmatismo che metterebbe nel cucinare uno stufato, o per cucirsi un abito. Chi teme lo spoiler non abbia paura, la scena si vede nei primi minuti del primo episodio.

Porta con sé tutto il necessaire: un plaid da stendere sull’erba, persino una radio (molto simile a quella che mio zio deve avere ancora da qualche parte nella casa in montagna) e, nell’inseparabile borsetta, la pistola. Così acconciata, al limitar del bosco come nelle migliori favole, fa una cosa che mi ritrovo a fare molto spesso ultimamente: alza lo sguardo. La accoglie un cielo invernale limpido, di una bellezza violenta, tanto acuta è la percezione di quel colore, i contorni nitidi dei rami, ogni singolo dettaglio bruciato per sempre dentro quel mirar, come un negativo da sviluppare più tardi, al buio.

Non li voglio sentire i predicozzi (religiosi o laici che siano) di chi si spertica contro il suicidio, in un’apologia della vita che è come un paio di mutande taglia unica: praticamente impossibile che stia bene a tutti. Perché no, signora mia, la vita non è sempre meravigliosa, alle volte la vita è una cacca imperiale e lungi da me permettermi di giudicare chi decide di scendere anche se non è la sua fermata, anche se il trenino sta ancora in mezzo ai campi e magari non manca molto alla stazione.

Alle volte la linea che divide il tener duro e il mandare tutto a stendere è davvero sottile, una bava di ragno. Ne ho scoperta una l’altro giorno in giardino, visibile solo in controluce, davvero minima e lunghissima, partiva dal trave e arrivava a  una sedia, troppo lunga per reggere. Eppure stava lì. Avevo già allungato la manina per toglierla di mezzo, ma mi son fermata, un omaggio al ragnetto e a me, che ciondolo inutile a me stessa come quel ricamino della natura e rimango sul trenino per curiosità, per un paesaggio nuovo (chissà) dietro al finestrino.