treni e ragni e cieli immenzi

Olive Kitteridge si prepara a sparasi un colpo con lo stesso pragmatismo che metterebbe nel cucinare uno stufato, o per cucirsi un abito. Chi teme lo spoiler non abbia paura, la scena si vede nei primi minuti del primo episodio.

Porta con sé tutto il necessaire: un plaid da stendere sull’erba, persino una radio (molto simile a quella che mio zio deve avere ancora da qualche parte nella casa in montagna) e, nell’inseparabile borsetta, la pistola. Così acconciata, al limitar del bosco come nelle migliori favole, fa una cosa che mi ritrovo a fare molto spesso ultimamente: alza lo sguardo. La accoglie un cielo invernale limpido, di una bellezza violenta, tanto acuta è la percezione di quel colore, i contorni nitidi dei rami, ogni singolo dettaglio bruciato per sempre dentro quel mirar, come un negativo da sviluppare più tardi, al buio.

Non li voglio sentire i predicozzi (religiosi o laici che siano) di chi si spertica contro il suicidio, in un’apologia della vita che è come un paio di mutande taglia unica: praticamente impossibile che stia bene a tutti. Perché no, signora mia, la vita non è sempre meravigliosa, alle volte la vita è una cacca imperiale e lungi da me permettermi di giudicare chi decide di scendere anche se non è la sua fermata, anche se il trenino sta ancora in mezzo ai campi e magari non manca molto alla stazione.

Alle volte la linea che divide il tener duro e il mandare tutto a stendere è davvero sottile, una bava di ragno. Ne ho scoperta una l’altro giorno in giardino, visibile solo in controluce, davvero minima e lunghissima, partiva dal trave e arrivava a  una sedia, troppo lunga per reggere. Eppure stava lì. Avevo già allungato la manina per toglierla di mezzo, ma mi son fermata, un omaggio al ragnetto e a me, che ciondolo inutile a me stessa come quel ricamino della natura e rimango sul trenino per curiosità, per un paesaggio nuovo (chissà) dietro al finestrino.

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