Curre curre

Ruggisci e sbuffa quanto ti pare, amico mio. Ho tanto tempo e poca benzina. Se potessi metterei la ridotta come i carri funebri: come i loro passeggeri non vado in nessun posto. Sorpassami pure, non ti vedo nemmeno, ho giù i finestrini e le spalle nude, alla radio leggono un romanzo. Nella mia testa un sacco nero da riempire: ci metto quelli che hanno un terrazzo e non ci tengono nemmeno un fiore, quelli che sgranano gli occhi davanti alla mediocrità, si inchinano e battono le manine, quelli che mai e quelli che per sempre, quelli che “spacchiamo”, quelli che se mi gira mollo tutto, quelli che beviamo una roba e non si fanno mai sentire, quelli che per cambiare una lampadina chiamano l’elettricista, quelli che in questa azienda siamo come una famiglia, quelli che non sei tu sono io. Tutti afangùlo sulla stessa corrierina. La colza è in fiore amico mio, non mi curo né di te né di loro, il grano è già alto e verdissimo, orecchie di lepre là in mezzo mi dicono ogni mattina la direzione, il mio Bianconiglio maròn mi dice di fare la cosa giusta. Mentre cammino sulle mie scarpe sfondate so chi sono. Tu corri pure. Io sono ferma da un pezzo.

c’è chi dice no

e nemmeno mi piace Vasco Rossi ma mi serve la citazione. e ha ragione quando dice che c’è qualcuno che non sa più che ore sono, c’è qualcuno che non sa più cosa è un uomo. arriva il giorno in cui la pupù che sei costretto a ingoiare (o che ti costringi a ingoiare perché ormai pensi di non meritare di meglio) ti rimane indigesta, e la tiri su a spruzzo tipo l’esorcista. e quando succede succede. ma ogni momento è quello giusto come quel famoso caffè. e oggi così è stato. forte fortissimo è salito dalla pancia il mio “adès basta”. non paga le bollette, ma mi tiene lontano dagli psicofarmaci: un salutare vaffanculo che non pesa sul bilancio dell’assistenza sanitaria pubblica. penso all’impiegatino ingobbito che finalmente trova la forza di mandare a stendere il capo stronzo, a chi non riconosce più quello che occupa l’altra metà del letto e seduto sul bordo del materasso è già dentro l’altrove, in quelle “vallate con sole più caldo di te”. alzo la testa e dal mio metro e mezzo, sia chiaro, non vedo un cazzo, ma è già un passo avanti dal triste panorama dell’autodisprezzo, dalla mutilazione della dignità. fantozzianamente mi alzo in piedi, e dico la mia.