piovigginando sale

Sto un un cocuzzolo al colmo di una salita che fa uscire polmoni e emorroidi ai ciclisti. Quando torno dalla spesa e vedo in lontananza l’accrocchio del paese con la chiesa e il campanile e l’angelo in cima che indica un punto lontano, mi piglia un’euforia infantile da regalo da scartare.

Arrivo con il primo nebbione, lascio la macchina al parcheggio e non si vede nulla se non le lucine del ristorante, l’insegna della banca e poco più; i cipressi fuori dal castello stanno immobili e neri come guardiani svettanti in un bicchiere di latte (o come dice lo “zio” un bicchiere di acqua e anice eh già, daddadidà).

Scendo a piedi verso casa rallentando il passo, aspettandomi che da un momento all’altro da qualche parte salga una musica alla Tim Burton. Do il giro di chiave e in cucina una terrina di pomodori e uva e mele e un cesto di noci, doni della stagione e della generosità altrui e mi infilo poi a letto pensando  a un sentiero, un casale in rovina con alberi che sbucano dai camini e piante cariche di frutti e penso che per una che non ha niente sono piena di roba.

Scivolo nella nuova stagione con una dolcezza che mi è nuova e che mi godo perché non dura, eppure, qua dove sto, mi par di poter coglier meglio le stagioni che mi sfuggono assieme agli anni. E sarà che invecchio ma mi accorgo che una vita in attesa dell’estate è solo una metafora di altre attese, di un’irraggiungibile perfezione.

E’ come cercare di prendere il pollo di gomma sul cancinculo, il divertimento sta tutto in quel braccio teso ad afferrare, mentre tutto il resto ti gira attorno, vorticosamente.

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