how soon is now?

Sono sfinita. Di una stanchezza rognosa e stizzita. Ho pranzato con un pacchetto di schiacciatine della Lidl, e non ho la forza di prepararmi uno straccio di cena, il che nel mio caso vuole dire che son proprio mal messa. Giornate nere una dietro l’altra, e a chi lo dici perché tanto ognuno balla con sua zia, come si dice da queste parti. Tieni duro nove giorni su dieci, ma al decimo giorno hai voglia di ammazzare qualcuno, così solo per tenerti in esercizio. Voglio una fuga, un po’ di pace, voglio una mano fatata che mi tolga la borsa dalle spalle, metaforicamente e non.

Si fa un gran parlare d’amore in questi giorni, e io l’ho detto tante volte che l’amore è come l’acqua, prende la forma del recipiente che la contiene (grazie Maestro Camilleri). E allora di forme ne ha mille. Più una, ognuno la propria. L’amore è una moka pronta sul gas, un pasto pronto in uno scatolino di plastica, è sentirsi sfilare dalle mani il libro con cui regolarmente ti sei addormentata, tenendo un dito a segnalibro in mezzo alle pagine. L’amore ha due zampe, o ne ha quattro, rispunta come le piante grasse, con pezzi di cuore cacciati in certa terra arsa, che rigermogliano alla faccia nostra, anche se ci scordiamo di annaffiarli.

E quindi sono incazzata, perché sto giochino della sopravvivenza mi toglie dai posti dove voglio essere, quando ci voglio essere, quando ci DEVO essere. Sempre a dire siòrsì a tutti, per quattro soldi, per un giorno in più sulla Terra.

Quello che penso è che se “l’amore che avevo” deve fare un buco per metterci dentro qualcosa che abbiamo tanto amato, io lì dovevo stare. Io lì volevo stare. A immaginare quegli ossicini minuscoli tornare alla terra, tanti come i miei “vorrei”. Ma non posso.

 

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