amabili resti

A Disko, nell’81, partecipai a un test sulla corrosione provocata dalla nebbia marina sui moschettoni usati nelle escursioni sui ghiacciai. Li appendemmo semplicemente a un filo e tornammo tre mesi dopo. Dall’aspetto sembravano ancora affidabili. Un po’ ossidati ma affidabili. La fabbrica dichiarava una resistenza alla rottura di 4000 chili in trazione. Scoprimmo di poterli fare a pezzi con un’unghia. (P.Hoeg – Il senso di Smilla per la neve)

Sulle facciate buie dei condomini le finestre illuminate sembrano denti d’oro dentro bocche marce. Si intravede l’arco olimpico, rosso, all’ingiù come la smorfia triste di un clown e le luci intermittenti di un palazzo in costruzione, un altro. Cerco di concentrarmi sulla vertigine che mi procura sempre un altrove, dove i gradi di separazione sono seimila (ma magari anche no) e migliaia di fili invisibili scandiscono i minuti di questo dopocena dentro vite che non so.

Ma la verità è che non ci riesco, qualcosa mi distrae e mi tira per la manica, no peggio, mi si attacca al collo, con dieci dita. E stringe.

La radio è sintonizzata su una certa stazione, arriva un’onda alta 50 metri, e mi tira sotto, inevitabilmente.

Un’altra cucina, fuori al buio non ci sono palazzi maalberialberinfiniti, dentro c’è una radiosveglia sopra una madia, e la stazione è la stessa. C’è un tavolo con dei segni rossi, un avanzo di caffè da scaldare nel bricco smaltato, i piatti nel lavello, un altro dopocena.

L’onda mi trascina e devo uscire adesso,subito. L’ascensore ha due coppie di porte, ci mette una vita e son fuori sul marciapiede, adesso passa, ma col cazzo. Faccio due passi, la pizzeria, una specie di merceria con orrende presine finto country in vetrina, non vado molto oltre, davanti a un negozio che espone fiero duecento modelli di Folletto, tolgo la sicura ed esplodo.

Non passa quasi nessuno, uno è sceso “a pisciare il cane”, un altro sciabatta verso la differenziata, quindi posso assistere indisturbata allo scempio della mia faccia riflessa in un vetro, tra un aspirapolvere e una macchinetta per farsi l’acqua gasata in casa: quel che resta del giorno, e di me.

Ho sentito dire spesso di come gli amputati continuino a sentire ancora l’arto mancante anche dopo che ne sono stati privati: anche di fronte all’evidenza il cervello si rifiuta di registrare quella mancanza. Torno indietro, suono il citofono e rientro, il portone richiuso alle mie spalle, e so per certo, adesso, di poter essere fatta a pezzi con un’unghia.

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