Hai voluto la bicicletta

Non succede mai di accorgersi del momento. Te ne accorgi magari più tardi, in un sovrappensiero, anni dopo, facendo altro. Poi succede che invecchi, o che un disagio quotidiano ti rende più sveglio, più veloce, più vivo, nella consapevolezza che la vita che hai davanti è meno di quella che hai alle spalle. E’ capitato oggi, e vorrei descriverlo con destrezza da romanzo, un minuto prezioso, illuminato come un santo in una chiesa. Vorrei parlarne come di un’epifania, in cui odio e quisquilie si sciolgono assieme in bagliori di tramonto, e nulla è più importante di quel’istante minimo, perfetto e cristallino. E invece col cazzo. L’odio è sempre vivo e feroce, trasformato in generico disprezzo nei giorni buoni, l’arto che continui a sentire anche dopo un’amputazione (così mi dicono).

Però succede.

Mi succede di stare in un paesino sul mare, in Danimarca, un paesino che ha quattro lettere (ma ne pronunci solo due). Sto alla fermata del bus, ho un buco nei pantaloni buoni, perché sono appena cascata (da ferma) da una bici che è mia da dieci minuti, e l’unico fazzoletto di carta che avevo in tasca (già usato) l’ho messo al posto della pelle che non c’è più, e dal ginocchio fitte come scariche elettriche arrivano dritte al cervello a comunicarmi che se nascevo furba era meglio.

Con me alla fermata c’è un sioretto. Indossa un cappello da Crocodile Dundee e ha una macchina fotografica a tracolla, sembra un turista ma abita lì. Sta andando a prendere la macchina dal gommista, mette su quelle estive. In dieci minuti so tutti i suoi cazzi, che ha 65 anni, una moglie che lavora in banca (lui è in pensione), un figlio in Perù, che nel ’71 è partito in auto dalla Danimarca ed è andato sul Lago di Garda, a Bardolino, e allora io gli dico che la mia mamma viene dal Lago di Garda e avanti così, una piccola conversazione leggera, con l’odore del mare e la spiaggia a pochi passi, e il vento che arrotola le onde, con uno sconosciuto che mi dice che parlo bene l’inglese e vedrà che impara il danese senza problemi e sono sicura che il ginocchio non ha bisogno di punti? E torni quando fa più caldo che qua è bellissimo. E io penso cazzo è aprile e ancora non ci sono le foglie sugli alberi, ma è anche vero che ieri abbiamo lavorato all’aperto e per tre secondi sono stata in canottiera, e dai vicini arrivavano tutti i grandi successi di Eros Ramazzotti, e se non ridi lì quando devi ridere, a stare in un giardino in coppa all’Europa a rastrellare foglie secche, ad ascoltare la peggio selezione musicale, a pensare che sono due mesi che hai visto un coetaneo dentro a una scatola con sopra i fiori e a cercare un senso ai bucaneve e al male subito e alla vita e alla morte, ti schizza il senno sulla luna come a quello là.

Mi viene in mente Forrest Gump: la vita è una scatola di cioccolatini.

E io onestamente non lo so cosa succederà, non parlo ancora danese ma boia capisco quasi tutto dei menù. E ho una bicicletta. Non male per un martedì.

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