I SOGNI SON DESIDERI

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(L’immagine è di Gregory Colbert tutti i diritti sono riservati etc etc)

Ci insegna il cantante che fino a che non scendi in fondo non puoi sapere quanto è profondo il mare. Ci sono stata una volta, così profondamente immersa nell’acqua gelida da non vedere più i raggi del sole, e con me, una balena. Si danzava  insieme io e lei, ne sentivo la potenza nello spostamento dell’acqua, ma non avevo paura e respiravo là sotto come mi fossero spuntate le branchie, senza difficoltà, senza disagio per quella compagnia.

 Anni dopo ho rivisto il mio sogno in alcune installazioni di Gregory Colbert, e devo dir la verità mi giravano un po’ le balle a vederlo sbugiardato così da un fighetto con la coda. Ma la perfezione di quel’istante non ha mai perso la sua intensità, quel momento di grazia è quello a cui ritorno quando anche solo per un secondo mi sento perfettamente dentro. E succede.

Un ultimo giorno di vacanza sull’isola, stiamo seduti sotto uno di quegli ombrelloni con le frange, fuori da un barettino in legno sulla spiaggia. Ordiniamo un panino, il mare è a un passo, pochissima gente, uno di quei momenti in cui per dirla alla Lorenzo ”non c’è niente che ho bisogno”, e ringrazi la tua buona stella e tutti i numi, per quel mare e quel venticello e per chi è lì con te a condividere. Mi è successo un paio di mesi fa a Londra da sola, su una grossa arteria trafficata e un sole esploso senza preavviso e un caffè finalmente decente, e tutta la vita che mi scorreva accanto, in vite altrui, telefonini all’orecchio e abitucci a pois. E mi succede sempre quando, di fronte alla casetta sulla collina, il giorno diventa sera e i profili tondi dietro gli ulivi diventano dentoni scuri e il cielo deflagra in quell’indaco che precede il buio. Succede così, di affezionarsi alla curva di un paesaggio come a una persona, di sentire lo strappo ogni volta che col furgone si scende e si lascia quella casa, che sta lì sopra, come due sposini di zucchero su una torta, per andare verso la stazione, e inevitabilmente in mezzo al traffico e via dal paradiso.  

Allora penso che sono io quell’enorme  pesce che pesce non è,  quel respirare contro natura che pur non è apnea, la parte nascosta di me e paradossalmente la più ingombrante, ma che, se solo l’ascolto, mi guida, nuotando, verso un posto che, ovunque mi trovi nel mondo, io posso senza ombra di dubbio chiamare “casa”.