la giusta distanza

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Sotto sopracciglioni boschivi e ruggenti l’occhio è asciutto ma empatico.  Con la sua eleganza di uomo d’altri tempi mi ha fatto venire il mente mio nonno paterno, in alcune foto scattate in Africa, durante la guerra, elegante in divisa come in pigiama, convalescente per non so quale malanno, bellissimo, con l’immancabile sigaretta. Non li fanno più, rassegnamoci.

Per i posteri un monito:  SE LE VOSTRE FOTO NON SONO ABBASTANZA BUONE, NON SIETE ABBASTANZA VICINO.  Così deve essere sempre il raccontare, del verbo e dello scatto, quella “giusta distanza” che Mazzacurati mette in bocca a Fabrizio Bentivoglio, disincantato e cinico di fronte a una nuova leva, che (per fortuna) non ci sta.

Perché la giusta distanza è la non distanza, bisogna starci in mezzo, sempre, solo così si può dire davvero, sporcandosi le mani, esponendosi, “bisogna avere il pacco immerso, intinto dentro al secchio” per dirla alla Jannacci. E lui ci stava in mezzo, in prima linea, letteralmente. I suoi scatti dello sbarco in Normandia sono quanto di più emozionante si possa vedere, considerando il contesto, e la tecnologia di allora e la concitazione feroce del momento.

La comunicazione, il dono più alto che sia stato dato a questa razza nostra miserabile, in ogni sua forma, non smetterà mai di muovermi e commuovermi : l’arte, l’artigianato, il cinema, la musica, la letteratura sono lì perché un altro sappia, e sia testimone in differita di un’emozione, un’idea, un secondo reso eterno dallo scatto di un otturatore.

Robert Capa, signori. Andatelo a vedere, ve lo spiega lui come si fa.