Tuttestorie

Al figlio dei vicini gli è scesa la catena, fermo all’incrocio di un’eterna infanzia e, a dirla tutta, mi sa che il frutto non è caduto tanto lontano dall’albero. La madre tira giù santi e madonne in full hd come il famoso scaricatore, e il padre, per dire, l’altro giorno era in strada in mutande: doveva prendere qualcosa dall’auto e con passo felpato e una pancia che più che provincia faceva regione a statuto speciale ha alzato il cofano come il mago Silvan che crea la suspance (applausi).

Il nuovo vicinato mi arriva prima di tutto attraverso i suoni: l’anziano che alle sett’albe spazza gli aghi di pino dal vialetto condominiale: una conifera delle dimensioni di un palazzo di sei piani lo sovrasta e se potesse applaudirebbe per l’ora, per la cocciutaggine e la commovente inutilità del suo gesto, swish swish swish. Poco più tardi un altro passa in bicicletta con due cani al guinzaglio, ogni cane ha al collo un campanellino così che l’effetto sonoro è molto slitta di Babbo Natale. Ogni mattina, cling cling cling, potrei registrarci l’orologio.

Nella palazzina di fronte una televisione a tutto spiano per tutta la notte, la archiviamo nel file “non dormo io, cazzo non deve dormire nessuno”, fanno il coro delle galline parecchio vispe e un’altra tizia che alle sei fa ginnastica urlando UNO DUE TRE come se fosse una motivatrice alla fiera del fitness. A scandire il giorno poi c’è la campanella che segnala il passaggio di un trenino locale, ha un suono bellissimo, come una pieve di campagna che annuncia i vespri.

Poi ci sono le cose che vedo e le persone. C’è una casa che credevo abbandonata con un giardino a metà tra la selva oscura e la discarica. Passando si sente un inequivocabile odore di deiezioni, ahimè, umane. Ci abita un signore che manda lo stesso afrore della dimora, lo trovo ogni giorno sulla panchina di fronte al panificio, o un po’ più in là, sempre con gli stessi vestiti, ogni tanto ha in mano un sacchetto di grissini confezionati, lo so che si siede lì così presto perché aspetta l’ora di apertura. L’ho visto rovistare nell’immondizia, e anche se a passargli vicino si ribalta lo stomaco, cerco di non attraversare, mi sento di dovergli quella cortesia, o forse la devo a me stessa, per imparare che alle volte un uomo ha la dignità che tu sei disposto a lasciargli, anche se sei costretto a fare dieci metri di marciapiede in apnea.

E ci sono le cose che vedo per caso, passando in auto: un pastore tedesco portato fuori ogni mattina con amore, pioggia o sole, con uno di quei carrellini applicati alle zampe di dietro. Le orde di immigrati in fila indiana, tutti col sacchetto di plastica del supermercato, sempre più eleganti nei loro abiti tradizionali che in quella finta disinvoltura di Occidente made in Vietnam.

Sul muro di cinta della casa dove sto c’è uno di quegli altarini votivi solitamente piazzati sugli incroci, con orribili fiori di plastica e il lumino di Padre Pio. Una domenica mattina vedo lì davanti un ragazzo, pare giovane, 25 non ce li ha, pure belloccio, ben vestito, alla moda voglio dire, non un ciellino con il colletto chiuso fino all’ultimo bottone e la canottiera della salute. Sta lì davanti in quell’atteggiamento che i maschi adottano per i funerali o i calci di punizione: braccia tese e mani unite davanti alle pudenda, e che fa? Prega. Nell’andirivieni dell’ora di pranzo, tra portiere che sbattono e gente che fa manovra vieni vieni vieni aaaaaaaaalt, lui prega, testa bassa e cuore altrove.

Passo in bicicletta una linda casetta, ortensie in giardino e davanti alla porta d’ingresso una signora in età su una sedia a rotelle, indossa un golfino rosa come i fiori e tiene il mento appoggiato a una mano come il pensatore di rodin, e sorride, sorride proprio, nel bagliore pomeridiano che le fa socchiudere un po’ le palpebre, e lo vedi che anche il suo sguardo è altrove, lontano da quel triste giardinetto all’italiana, e dalle sbarre alle finestre perché che brutti tempi signora mia.

Quando si è sempre da soli si pensa un sacco, e si osserva tutto, provando a immaginare, cercando una distrazione, la vita come un infinito piano sequenza, un Ulisse in presa diretta (sorry James). Le tue miserie ormai te le tieni per te, persino a te son venute a noia, invece quelle degli altri, vedi, fan quasi una storia. Guarda qua, ci hai riempito una pagina.

Walk this way

Se tornando a casa un venerdì sera ti serve urgentemente un pretesto per disperarti (che non sia quello vero) quando arriva Jeff Buckley gli spalanchi le porte e gli metti su il caffè. Te lo immagini che va a farsi un bagnetto, magari con un paio di sassolini in tasca e così puoi farti il tuo piantino indisturbata dentro alla Panda lercia. Ho visto le interviste: no, lui non voleva. La verità, ciccia, è che non lo puoi sapere. Manina sul fuoco, croce sul cuore? No, non puoi davvero. La santa verità è che l’anima è una grotta buia, e abbiamo in dote solo una scatola di cerini.

Così eccolo là, accolto dalle acque, per sempre cristallizzato in bellezza e gioventù, come un insetto dentro un’ambra, e tanti saluti ai tuoi “non voleva”.

Arrivo a casa, mi faccio la doccia. Ho imparato a vestirmi velocissimamente, finché lo specchio è appannato, così non mi devo guardare (bagno minuscolo, specchio grande, non hai scampo) e mi infilo a letto triste e sfinita.

Fastforward al giorno dopo. Arrivo dal benzinaio coi finestrini giù, ho la maglietta a righe e gli occhiali da sole da diva anni ’50 e Walk this way dei  RUN DMC fortissimo. Fortissimo. Il tipo che sta facendo il pieno davanti a me mi vede e scoppia a ridere, e per un attimo mi vedo da fuori e rido anche io.

Ah, se sapessi amico. Quanti sassolini ho dentro al cuore, ma ancora non mi trascinano sul fondo. Non ancora.

Amor amor amor ma no ‘l mor mai

Ricopio qui una cosa che scrissi altrove. Riciclaggio selvaggio di sante verità.

Ieri, festa di tutti gli innamorati (vomito) ero al Lidl con mia sorella, arriviamo in cassa e soreme mi fa notare due uomini, uno con una rosa incellophanata (triste. tristeeee) e l’altro con delle roselline in una specie di confezioncina a sacchetto tutta cuoricini. Vedi – mi dice – uomini…all’ultimo minuto. E meno male che c’è il Lidl aperto!

Al momento di pagare uno dei due (quello con la confezione “importante”) protesta perché il suo delicato pensiero invece di €1,99 come pensava costa ben €3,99. Alla fine dice: la prendo lo stesso – con la faccia di chi invece di una bici di terza mano è costretto a comprarsi una Lamborghini. Io che non so star zitta dico alla cassiera che a uno così non la darei neanche fosse l’ultimo uomo sulla faccia della terra, piuttosto me la tengo di ricordo. E avrei voluto apostrofare il nostro amico spendaccione citando Lucio Dalla: poveretto, il tuo sesso dallo al gabinetto. #edomandatiperchénontrombi

Voodoo child

Ho letto da qualche parte che alcuni cani che vivono particolarmente in simbiosi con i loro padroni, sviluppano la capacità di scovar loro le malattie. Puntano col muso dove il malanno si nasconde e come è vero dio più precisi di una tac, lo stanano, permettendo al loro proprietario di farsi venire il sospetto e curarsi in tempo.

Cani e bambini nei primissimi anni di età sono della stessa tribù, entrambi concentrati solo sui bisogni primari non perdono tempo nelle inutili seghe mentali della maiala vita adulta, e sono così liberi di sviluppare la loro magia, e se siamo fortunati ogni tanto ci lasciano sbirciare.

Arriva dal corridoio come chi va alla guerra, e punta dritta verso di me. Di fronte stanno seduti mamma e papà ma non mi molla, non molla nemmeno il ciuccio, ma non serve dire, in effetti non sa ancora parlare, ma si fa ben capire: allunga le manine per farsi prendere in braccio e io la siedo sulle mie gambe, girata verso i genitori, e continuo la lezione. Non siamo in confidenza io e lei, mi ha vista forse una volta, ma evidentemente ha visto quel che c’era da vedere. Mentre affronto le insidie del passato prossimo mi si appoggia sul petto, a peso morto, rilassata, io faccio ballare la gamba come fa mio padre e lei sta lì, perché quello adesso è il suo posto, ha un lavoro da fare. Creaturina di burro e piume, sento l’odore buono che hanno i bambini prima che gli ormoni rovinino tutto, sento il cuore attraverso la schienuccia esile, sento il poppare forte sul ciuccio di gomma. Questo è il mio personale miglio verde e lei è il mio Mr Coffee, bollicine nere escono da me e si disperdono nella stanza.

Da qualche giorno ho ripreso a dormire, magia bianca di una curandera col pigiamino e gli antiscivolo, con su gli orsetti e le fragole, che mi ha puntato il muso dove faceva male e senza proferir parola ha detto: alzati Lazzaro.

c’è posta per te

Scrivere la letterina a Babbo Natale è un atto di fede cieca, un sentimento puro che andrebbe distillato e imbottigliato. Come Mulder vuoi fermamente credere, occhi e pugni strizzati nell’intensità di quella dolce aspettativa che sai non verrà delusa. E non importa se le incongruenze del teatrino di genitori impreparati in effetti qualche dubbio te lo insinuano: Babbo Natale, o Gesù Bambino? Tutti e due? E cosa ci fanno un vecchio in sovrappeso e un bimbo tutto nudo in giro per i cieli gelidi di dicembre? Non importa, la tua fede è pura, incorruttibile.

Ho scritto anche io una lettera, una lettera piena di amore e tenerezza, un cuore spalancato su un paio di paginette, un atto di fede cieca. L’ho scritta e me ne sono scordata.

L’ho ritrovata poi a casa del destinatario, cercando altro in un cassetto della cucina, assieme a carabattole, custodie di cellulari, piastrine antizanzara, e un’altra lettera, non mia. Non mia.

Ho preso la busta con sopra la mia calligrafia, ho riletto il contenuto, e poi l’ho fatto a pezzi, cacciandolo nella tasca interna della valigia, in mezzo alla biancheria sporca, riservandomi di gettarlo una volta a casa.

La lettera non aveva ricevuto mai risposta, e ora stava lì, in un cassetto qualunque, assieme ad altre cose di poca importanza, dove chiunque poteva leggerla. Non conservata in un angolo privato, speciale, ma lì, come uno scontrino che qualcuno si è scordato di gettare.

Una merda, mi sono sentita una merda, mi sarei buttata io nel secchio dell’indifferenziata assieme a quei pezzi di carta, pezzi di me. Umiliata e svilita, una cosa senza valore.

Nessuno ha mai sentito la mancanza di quella busta, così come non sente la mia.

L’unico atto di fede che mi sento di compiere adesso, è quello che mi fa aprire gli occhi la mattina. E mi pare già tanto.

fumo negli occhi

La nonna materna è rimasta vedova giovanissima. Vedova a quarant’ani con zinque fiòi, è il ritornello che sento scandire da tutta la vita. Cinque figli di cui una appena nata, più due altre donne di famiglia, nemmeno la sua, per inciso. Non te lo puoi immaginare, ti deve capitare.

E lì hai due strade: o ti trovi un altro buon uomo che trascini con te questo carretto, portando a casa i suoi pantaloni e la sua busta, o stai da sola e ti arrangi.

Lei ha scelto la seconda.

Le so da mia madre queste cose: il vicino, mi par di vederlo con il cappello in mano, un po’ curvo nell’ossequio, la implora: “Lina, tolème!” – prendetemi, dandosi del Voi, quasi felliniano, grigio e marrone come la campagna d’inverno, sotto la bruma e il letame.

Lei non si è presa mai nessuno, già anziana difendeva ancora questa scelta, diceva: “no vòi saverghen de miserie” – non ne voglio sapere di “miserie”, e il quel ‘miserie’ c’era dentro tutto, tutto. Potenza del dialetto, che in una parola mette dentro i compromessi amari, un letto diviso per un cucchiaio di più nel piatto sbeccato, una triste sostituzione, un siòrsi, masticato a fatica.

Di lei ho il fisico compatto e tracagnotto, il sarcasmo, l’impossibilità fisiologica ad accettare le cazzate (o merda o beretta rossa, come a dire non stiamo tanto a menare il can per l’aia) e quel “mai più” che diventa vita, lei in ginocchio sulla sedia a seguire la tribuna politica, io a sbattacchiare le dita su una tastiera, un po’ per celia, un po’ per non morir.

E la dolcezza, fatta a brandelli da ganasce d’acciaio, fino a scomparire se mai c’è stata, dure da masticare entrambe, ben piantate sulle cosce grosse, sulla punta della lingua munizioni infinite, perché l’attacco è la miglior difesa.

Ho un immagine di lei, in montagna, attorno al tavolo del dopo pasto. Non fumava, ma ogni tanto per vezzo chiedeva un zigaret, tirato in punta di labbra e sicuramente senza aspirare, fresca di messa in piega e densa di cibo, che non si negava mai, un’altra rivincita su una vita di sacrifici. Se ci penso adesso mi pare di immaginare, in quelle quattro boccate, una riscossione con gli interessi del tempo rubato, gli occhi blu messi a fessura su un inimmaginabile orizzonte differente.

E’ mancata da diversi anni ormai, ma se chiudo gli occhi sento ancora l’odore della sua casa, sul campanello il suo cognome. Da nubile.

amabili resti

A Disko, nell’81, partecipai a un test sulla corrosione provocata dalla nebbia marina sui moschettoni usati nelle escursioni sui ghiacciai. Li appendemmo semplicemente a un filo e tornammo tre mesi dopo. Dall’aspetto sembravano ancora affidabili. Un po’ ossidati ma affidabili. La fabbrica dichiarava una resistenza alla rottura di 4000 chili in trazione. Scoprimmo di poterli fare a pezzi con un’unghia. (P.Hoeg – Il senso di Smilla per la neve)

Sulle facciate buie dei condomini le finestre illuminate sembrano denti d’oro dentro bocche marce. Si intravede l’arco olimpico, rosso, all’ingiù come la smorfia triste di un clown e le luci intermittenti di un palazzo in costruzione, un altro. Cerco di concentrarmi sulla vertigine che mi procura sempre un altrove, dove i gradi di separazione sono seimila (ma magari anche no) e migliaia di fili invisibili scandiscono i minuti di questo dopocena dentro vite che non so.

Ma la verità è che non ci riesco, qualcosa mi distrae e mi tira per la manica, no peggio, mi si attacca al collo, con dieci dita. E stringe.

La radio è sintonizzata su una certa stazione, arriva un’onda alta 50 metri, e mi tira sotto, inevitabilmente.

Un’altra cucina, fuori al buio non ci sono palazzi maalberialberinfiniti, dentro c’è una radiosveglia sopra una madia, e la stazione è la stessa. C’è un tavolo con dei segni rossi, un avanzo di caffè da scaldare nel bricco smaltato, i piatti nel lavello, un altro dopocena.

L’onda mi trascina e devo uscire adesso,subito. L’ascensore ha due coppie di porte, ci mette una vita e son fuori sul marciapiede, adesso passa, ma col cazzo. Faccio due passi, la pizzeria, una specie di merceria con orrende presine finto country in vetrina, non vado molto oltre, davanti a un negozio che espone fiero duecento modelli di Folletto, tolgo la sicura ed esplodo.

Non passa quasi nessuno, uno è sceso “a pisciare il cane”, un altro sciabatta verso la differenziata, quindi posso assistere indisturbata allo scempio della mia faccia riflessa in un vetro, tra un aspirapolvere e una macchinetta per farsi l’acqua gasata in casa: quel che resta del giorno, e di me.

Ho sentito dire spesso di come gli amputati continuino a sentire ancora l’arto mancante anche dopo che ne sono stati privati: anche di fronte all’evidenza il cervello si rifiuta di registrare quella mancanza. Torno indietro, suono il citofono e rientro, il portone richiuso alle mie spalle, e so per certo, adesso, di poter essere fatta a pezzi con un’unghia.

L’asino, l’uomo e la donna

Cos’hanno in comune un asino, un uomo molto sfortunato e una donna molto triste.

Ogni giorno nelle mie scarpinate quotidiane incontro un asino. Sta dentro il suo recinto, placido e inconsapevole, in attesa che arrivi il padrone con un secchio bianco a dargli da mangiare, il suo mondo è tutto lì, dietro uno steccato e dentro a un secchio.

In piscina una coppia cotta di sole sta con quello credo sia il figlio. Potrebbe avere la mia età, forse è più giovane, ma non si riesce a dargli un’età perché è completamente inerme, un fascio di ossa, rinsecchito  come una scopa di saggina su un materassino gonfiabile. Accanto sta parcheggiata l’inevitabile sedia a rotelle. Lo spostano prendendolo in braccio, con fatica perché è molto alto, e nello spostamento le sue braccia, le mani ossute ciondolano in aria come inutili rami spogli, uno spaventapasseri scosso dal vento, una Pietà non di marmo ma in carne e ossa, sotto il cielo terso d’agosto, nella crudeltà delle vite normali che passano accanto.

Di notte la donna fissa il muro, guarda l’ora, l’una, le due, le tre. Si alza, beve, si ristende. Ha caldo, poi freddo, poi ogni cosa di mezzo, in mutande, in pigiama, di nuovo in mutande. La notte è di gomma e si stiracchia all’infinito finché non arriva un sonno di calce. Se la ritrova tutta in bocca al risveglio, quando apre gli occhi e si ricorda, immediatamente, e ricomincia tutto da capo, implosa in mille frantumi di vetro ma ancora intera, come i cristalli delle auto adesso.

Stanno tutti e tre rinchiusi, l’asino da paletti di legno, l’uomo da un corpo inservibile, la donna da un dolore che inevitabilmente dovrà imparare a tacere, per pudore.

Perché la donna ha visto l’asino, e ha visto l’uomo e penserà a loro ogni volta che respirare sembrerà difficile, e, per quelle occasioni, conserverà il prezioso fiato.

fai bei sogni

Dorme in uno dei lettoni dalla nonna, due cuscini la proteggono, guardie disarmate fresche di bucato, coi fiori sopra. E’ messa su un fianco, le braccia in avanti da un lato, coi pugnetti chiusi, come ballasse il geghegè. E’ perfetta come una goccia, respira profondamente. Mi stendo accanto e sa di pelle nuova e pannolino, coi disegni sul culo, come vanno adesso.

Bambina dell’amore, vorrei che ti ricordassi di questa perfezione, perché fra qualche anno arriverà qualche stronzo che te ne farà dubitare e dobbiamo esser certi che tu abbia le parole giuste per mandarlo a stendere.

Un’altra immagine si sovrappone, l’abbiamo vista tutti in questi giorni. Un uomo tiene in braccio un bambino, o una bambina non si capisce. Il bambino è completamente ricoperto di polvere, non si vede il viso, non si capisce se c’è ancora il respiro dentro a quel corpicino, credo che il pensiero di tutti sia stato lo stesso: fa che sia ancora vivo.

Bambina dell’amore, benedetta sia la stella che ti ha fatto nascere qui e non lì, ma spero che almeno tu possa abitare un mondo dove non importa dove sei nato, ci saranno sempre due cuscini al tuo fianco, e non le bombe, e non la follia pura.

Mi viene in mente questa:

Ninna nanna nanna ninna

Er pupetto vo’ la zinna

fa la nanna dormi pija sonno

che si dormi nun vedrai tante infamie e tanti guai

che succedono ner monno tra le bombe e li fucili

de li popoli che so’ civili

il ragazzo si farà (anche se ha le spalle strette)

Stiamo in cortile e i maschi (quasi tutti) giocano a calcio, tutti maschi e una femmina sola, una zabetta odiosa e pettegola, che però ammiro per la tenacia e il pressing duro che fa a compagni grossi quattro volte lei, con la sua coda bionda e i suoi leggings rosa. Ma divago.

Mi si avvicina S., un mingherlino con gambette da ragno e gli occhialetti blu, e mi fa: “Maestra  – (chiedo scusa alle maestre vere ma mi chiamano così)- non mi fanno giocare!!” 

Indosso la mia tutina da difensore degli sfigatioppressiemarginati e dico a voce altissima: “Checcòsacheccòsa?? (così, con accento Lino Banfi dei tempi d’oro) – vai S.buttati nella mischia!”  – e così dicendo incrocio con lo sguardo il bulletto del gruppo, un finto ras del quartiere in odore di cicciobombismo, e il mio sguardo gli dice: “Se solo osi dire  ghés ti incenerisco con il mio potente razzo laser”. E lui pensando di far bene dice al nuovo arrivato di andare con la squadra avversaria. Il messaggio è chiaro: S. è un brocco e lui nel suo team vincente non ce lo vuole.

Com’è come non è, S. è entrato da due secondi e gli pianta un golasso che lo lascia interdetto. Seguono aeroplanini, gridolini agli ultrasuoni e tutto il repertorio di esultanza calcistica. E a me sale un groppo in gola, per la sua sua gioia cristallina che scintilla al sole in un cortile di ghiaia, per quella piccola opportunità che può illuminare un pomeriggio.