se nessuno parla di cose meravigliose

Sui sedili azzurro fastidio del regionale veloce siamo io e una matura coppia. Stanno seduti uno di fronte all’altra. Lui scandisce le parole in un italiano perfetto con un accento anglofono, lei indossa una gonna blu con un golfino bianco, con la schiena di pizzo. Due signori distinti, e un po’ stanchi. Cerco di immaginare da dove arrivano e cosa sono andati a fare.

Mi guardo riflessa nel finestrino, ho le iridi gialle da biscia con un cerchio più scuro attorno. Osservo i moscerini intrappolati nei neon, valuto per un istante l’idea di contare le traversine della rastrelliera portabagagli che corre stringendosi in prospettiva verso la fine del vagone.

Qualsiasi cosa. – penso. Qualsiasi cosa.

Nello scompartimento l’aria condizionata è sparata oltre i limiti della decenza e del buonsenso, appena salita ho indossato la sciarpina che mi porto sempre per i viaggi su rotaia perché le conosco bene le sagome di Trenitalia, e la signora a un certo punto si alza e si siede accanto al suo compagno di viaggio che le passa un braccio attorno alle spalle; lei gli si accoccola addosso e lui la scalda. E io sento qualcosa sotto lo sterno, come una monetina lanciata in un pozzo.

Siamo quasi arrivati e il treno rallenta prima di entrare in stazione, la signora raccoglie una stampella e si sposta dalla mia parte, penso per guardare fuori dal finestrino e vedere che succede. Invece mi si siede di fronte, mi appoggia le mani sulle ginocchia e guardandomi dritto mi dice:

“La vedo soffrire”

“Non soffra”

“Se ne freghi, se ne freghi”- lo ripete due volte come per essere certa che io abbia afferrato bene.

“La vita è troppo breve, non soffra” – dice anche, e poi dice altre cose, che tengo per me, preziose. Una sconosciuta per due minuti su un treno serale tiene in mano il mio cuore come una palla di vetro, la mette in controluce e ci guarda dentro.

Recupero l’auto. Per strada una prostituta coi capelli biondo platino dondola spedita sui tacchi verso l’inizio turno. In tangenziale manco clamorosamente l’uscita su un percorso che faccio 366 giorni l’anno e in qualche modo arrivo a casa.

Prima di risedersi al suo posto la signora mi ha augurato buon viaggio.

Non penso che parlasse del treno.

avviso ai naviganti

Ho tagliato i capelli, via tutto. E sono successe un po’ di cose. E’ uscita la faccia, una faccia che non sapevo neanche di avere, sempre nascosta da riccioli, ciuffi lunghi debitamente acconciati, occhiali, pretesti. La mia faccia è piena di macchie, vecchiaia e sole preso sconsideratamente quando invece della protezione solare le mamme ci spalmavano di crema Nivea, dalla sua brava scatola blu di metallo, che a fine vacanza ne conservava il ricordo con una panatura di granelli di sabbia sul bordo del coperchio. Così la mia faccia è una carta geografica (her face is a map of the world a map of the world), un portolano fitto di arcipelaghi, un nuovomondo, un altro continente.

E levata l’ancora, lasciata la zavorra è successa un’altra cosa: è arrivato il dolore, quello nero, quello zittito per mesi, lasciato in fondo allo zaino degli impegni.

Mi son sentita dire che sono forte, io. No, amico mio, sono gelatina, non mi reggo in piedi, voglio passare il resto dei miei giorni stesa su un letto a fissare il soffitto, lasciando che questo macigno che ho sul cuore mi schiacci, facendomi sprofondare finché non divento un tutt’uno con gli acari del materasso. Così girando per strada ho provato a immaginare come sarebbe se i piccoli e grandi dolori di ognuno fossero visibili, guardare le persone, mentre fanno la spesa o la coda alle poste, con il loro sasso al collo, sorretto maldestramente tra una borsetta e un cellulare. Saremmo più compassionevoli gli uni nei confronti degli altri? Penseremmo: boia, guarda che roccia si porta appresso quello, aspetta che lo aiuto a scaricare il carrello.

Chissà.

E poi, come lo affronti? Ti guardi in giro in cerca di esempi: come hai fatto amica mia di una vita, a stare in apnea nella melma nera e uscirne dall’altra parte lustra come una sirena?

Devi convivere con questo malanno ogni minuto, ti guarda fare la cacca, “si prende tutto, anche il caffè”, ti costringe a respiri profondi perché ti senti mancare il fiato, ti svegli la mattina e lui è sveglio prima di te, ti butta giù dal letto come l’onda, come l’onda in mezzo al mar.

E io faccio l’unica cosa che mi riesce in questo momento. Faccio il morto.

fai bei sogni

Dorme in uno dei lettoni dalla nonna, due cuscini la proteggono, guardie disarmate fresche di bucato, coi fiori sopra. E’ messa su un fianco, le braccia in avanti da un lato, coi pugnetti chiusi, come ballasse il geghegè. E’ perfetta come una goccia, respira profondamente. Mi stendo accanto e sa di pelle nuova e pannolino, coi disegni sul culo, come vanno adesso.

Bambina dell’amore, vorrei che ti ricordassi di questa perfezione, perché fra qualche anno arriverà qualche stronzo che te ne farà dubitare e dobbiamo esser certi che tu abbia le parole giuste per mandarlo a stendere.

Un’altra immagine si sovrappone, l’abbiamo vista tutti in questi giorni. Un uomo tiene in braccio un bambino, o una bambina non si capisce. Il bambino è completamente ricoperto di polvere, non si vede il viso, non si capisce se c’è ancora il respiro dentro a quel corpicino, credo che il pensiero di tutti sia stato lo stesso: fa che sia ancora vivo.

Bambina dell’amore, benedetta sia la stella che ti ha fatto nascere qui e non lì, ma spero che almeno tu possa abitare un mondo dove non importa dove sei nato, ci saranno sempre due cuscini al tuo fianco, e non le bombe, e non la follia pura.

Mi viene in mente questa:

Ninna nanna nanna ninna

Er pupetto vo’ la zinna

fa la nanna dormi pija sonno

che si dormi nun vedrai tante infamie e tanti guai

che succedono ner monno tra le bombe e li fucili

de li popoli che so’ civili

il ragazzo si farà (anche se ha le spalle strette)

Stiamo in cortile e i maschi (quasi tutti) giocano a calcio, tutti maschi e una femmina sola, una zabetta odiosa e pettegola, che però ammiro per la tenacia e il pressing duro che fa a compagni grossi quattro volte lei, con la sua coda bionda e i suoi leggings rosa. Ma divago.

Mi si avvicina S., un mingherlino con gambette da ragno e gli occhialetti blu, e mi fa: “Maestra  – (chiedo scusa alle maestre vere ma mi chiamano così)- non mi fanno giocare!!” 

Indosso la mia tutina da difensore degli sfigatioppressiemarginati e dico a voce altissima: “Checcòsacheccòsa?? (così, con accento Lino Banfi dei tempi d’oro) – vai S.buttati nella mischia!”  – e così dicendo incrocio con lo sguardo il bulletto del gruppo, un finto ras del quartiere in odore di cicciobombismo, e il mio sguardo gli dice: “Se solo osi dire  ghés ti incenerisco con il mio potente razzo laser”. E lui pensando di far bene dice al nuovo arrivato di andare con la squadra avversaria. Il messaggio è chiaro: S. è un brocco e lui nel suo team vincente non ce lo vuole.

Com’è come non è, S. è entrato da due secondi e gli pianta un golasso che lo lascia interdetto. Seguono aeroplanini, gridolini agli ultrasuoni e tutto il repertorio di esultanza calcistica. E a me sale un groppo in gola, per la sua sua gioia cristallina che scintilla al sole in un cortile di ghiaia, per quella piccola opportunità che può illuminare un pomeriggio.

 

how soon is now?

Sono sfinita. Di una stanchezza rognosa e stizzita. Ho pranzato con un pacchetto di schiacciatine della Lidl, e non ho la forza di prepararmi uno straccio di cena, il che nel mio caso vuole dire che son proprio mal messa. Giornate nere una dietro l’altra, e a chi lo dici perché tanto ognuno balla con sua zia, come si dice da queste parti. Tieni duro nove giorni su dieci, ma al decimo giorno hai voglia di ammazzare qualcuno, così solo per tenerti in esercizio. Voglio una fuga, un po’ di pace, voglio una mano fatata che mi tolga la borsa dalle spalle, metaforicamente e non.

Si fa un gran parlare d’amore in questi giorni, e io l’ho detto tante volte che l’amore è come l’acqua, prende la forma del recipiente che la contiene (grazie Maestro Camilleri). E allora di forme ne ha mille. Più una, ognuno la propria. L’amore è una moka pronta sul gas, un pasto pronto in uno scatolino di plastica, è sentirsi sfilare dalle mani il libro con cui regolarmente ti sei addormentata, tenendo un dito a segnalibro in mezzo alle pagine. L’amore ha due zampe, o ne ha quattro, rispunta come le piante grasse, con pezzi di cuore cacciati in certa terra arsa, che rigermogliano alla faccia nostra, anche se ci scordiamo di annaffiarli.

E quindi sono incazzata, perché sto giochino della sopravvivenza mi toglie dai posti dove voglio essere, quando ci voglio essere, quando ci DEVO essere. Sempre a dire siòrsì a tutti, per quattro soldi, per un giorno in più sulla Terra.

Quello che penso è che se “l’amore che avevo” deve fare un buco per metterci dentro qualcosa che abbiamo tanto amato, io lì dovevo stare. Io lì volevo stare. A immaginare quegli ossicini minuscoli tornare alla terra, tanti come i miei “vorrei”. Ma non posso.

 

roll with it baby

Stamattina mi sono svegliata prestissimo per colpa del freddo (escursione termica giorno/notte tipo deserto) e di una pipì impellente, così mi sono alzata che fuori era ancora buio pesto e alle sette e un quarto ero già a fare una di quelle cose che mi pagano l’affitto. Poi sono tornata a casa ho aspirato la cenere della stufa e mi sono riscaldata l’avanzo della cena di ieri. Il cane ha abbaiato senza sosta sotto le mie finestre per un’ora e mezza prima che la sua padrona si decidesse a scendere ed occuparsene. Così poi mi sono messa a letto e finalmente ho potuto dormire. Non so perché ma ero sfinita. Dovevo fare mille cose: stirare, disfare l’albero, una lavatrice, pulire un po’. Niente di tutto questo. Domani è un gran giorno e volevo essere a posto, col capello in piega e il meglio di me. Invece ho cambiato le lenzuola e mi son fatta la doccia e lasciato i capelli asciugare al caldo della stufa e adesso sembro un bichon frisè in un giorno di pioggia. E se è vero come dice John che la vita è quello che ti succede mentre sei occupato a fare altri piani, ebbene sì, prendiamone atto. Presente quelli nati pronti? Ecco bravi, facciamogli un applauso. Io no. Io sono più tipo Mr Bean col mattone sull’acceleratore della bianchina, che si lava i denti in tangenziale. Pesco le mutande pulite direttamente dal mucchio di cose asciutte, ceno con le cose sbagliate all’ora sbagliata, bevo il caffè all’ora della camomilla, risistemo l’armadio alle undici di sera perché infilarmi a letto sapendo che lì dentro non c’è la terza guerra mondiale mi fa dormire sonni tranquilli. O quasi. Quando non mi diletto di fantaeconomia domestica con la calcolatrice del cellulare.

E quindi bon: va bene lo stendino perennemente in salotto, il muro marcio in camera, il bagno che puzza di fogna, il tappeto bianco con le impronte marroni della gatta. Va bene uno sgabello al posto del comodino, i quadretti che si staccano in piena notte, l’albero di Natale fino a mardì gras.

Dovesse l’angelo custode venir a chiedermi conto, gli risponderei serena: “Ho improvvisato, ninìn, ho improvvisato”.

 

 

 

compagni di viaggio

Esce ogni sera a fare due passi. O duemila. Si guarda nello specchio dell’ascensore, un pensiero gli ha inciso un solco sopra il sopracciglio destro, sembra un rasoio aperto, se ti avvicini ti tagli.
Ha una canzone negli orecchi e una sigaretta in bocca, il naso è una vela spiegata anche senza vento, e annusa l’aria sentendosi a casa fuori casa, sotto le luci dei palazzi alti, e la gente che brulica sotto, fuori dai bar come monetine rovesciate da un bicchiere.
Porta a spasso il suo dolore come un cagnolino, non si sa chi dei due tenga il guinzaglio.
Lo accudisce, lo coccola, gli dà da mangiare.
E poi si domanda come mai lo segue sempre.

piovigginando sale

Sto un un cocuzzolo al colmo di una salita che fa uscire polmoni e emorroidi ai ciclisti. Quando torno dalla spesa e vedo in lontananza l’accrocchio del paese con la chiesa e il campanile e l’angelo in cima che indica un punto lontano, mi piglia un’euforia infantile da regalo da scartare.

Arrivo con il primo nebbione, lascio la macchina al parcheggio e non si vede nulla se non le lucine del ristorante, l’insegna della banca e poco più; i cipressi fuori dal castello stanno immobili e neri come guardiani svettanti in un bicchiere di latte (o come dice lo “zio” un bicchiere di acqua e anice eh già, daddadidà).

Scendo a piedi verso casa rallentando il passo, aspettandomi che da un momento all’altro da qualche parte salga una musica alla Tim Burton. Do il giro di chiave e in cucina una terrina di pomodori e uva e mele e un cesto di noci, doni della stagione e della generosità altrui e mi infilo poi a letto pensando  a un sentiero, un casale in rovina con alberi che sbucano dai camini e piante cariche di frutti e penso che per una che non ha niente sono piena di roba.

Scivolo nella nuova stagione con una dolcezza che mi è nuova e che mi godo perché non dura, eppure, qua dove sto, mi par di poter coglier meglio le stagioni che mi sfuggono assieme agli anni. E sarà che invecchio ma mi accorgo che una vita in attesa dell’estate è solo una metafora di altre attese, di un’irraggiungibile perfezione.

E’ come cercare di prendere il pollo di gomma sul cancinculo, il divertimento sta tutto in quel braccio teso ad afferrare, mentre tutto il resto ti gira attorno, vorticosamente.

cane nero

C’è un cane qui, è della padrona di casa. E’ un affarino sghembo, tutto nero con qualcosa di bianco e la coda tutta spelacchiata, ci vede poco e ci sente ancora meno e per questo si spaventa anche della sua ombra. E’ stato preso al canile, dopo esser stato sequestrato a non so quali maltrattamenti. Non si lascia avvicinare, alle volte ti ignora, alle volte ti abbaia contro per abitudine, con poca convinzione. Ha preso a pisolare sul mio zerbino, lo lascio fare. Ogni tanto gli allungo un biscotto, avendo cura di appoggiare a terra un pezzettino alla volta perché mangia con una tal foga che ho paura che ci si strozzi. Non prende nulla dalla mano: appoggio il boccone e arretro un passo, e lui lo afferra tra i denti, e mastica veloce, come chi non è ancora abituato ad avere un pasto tutto per sé. Nonostante venga nutrito quotidianamente è pelle e ossa, perché passa lunghi minuti a girare attorno alla casa, con il passo svelto di chi sta facendo tardi ad un appuntamento. “Fa la ronda” – dico io. E scappa, scappa sempre. Si arrampica, si fa piatto piatto, e sguscia via, pericolo per se stesso e per gli automobilisti.

Qualche giorno fa l’ho sorpreso a giocare con la gatta, una delizia tricolore che fa parte anche lei della famiglia. Mi piace pensare che per quanto stranetti siamo, possiamo sempre avere un amico a cui non importa, e che sa divertirsi con noi.

Oggi, inconsapevole del mio sguardo su di lui, si rotolava beato sul praticello curatissimo del giardino, in una chiazza di sole che illuminava le ultime fioriture come una benedizione, due minuti di pace per la sua piccola anima buia.

che rumore fa

E’ più facile scrivere del disagio.

C’è un pudore nella felicità che è maschile e abbottonato, sordomuto per scelta, figlio unico e zoppo. Distingue le forme al buio, appizza l’orecchio agli ultimi grilli, sempre meno convinti, alla fine come moccoli. E dei moccoli ha la luce, fioca e debole, con lo stoppino quasi affogato nella cera, nell’ultimo bagno di luce incandescente.

Ha il suono di musiche che non ascoltavo più, del pavimento che scricchiola,  della pioggia sulla tettoia di plastica. Tutto tranne le mie parole, inadeguate e frivole.

Vorrei dirlo ai Negrita, se ne avessi l’occasione: la felicità non fa nessun rumore, è muta come un pesce, ti nuota dentro la pancia in vortici di pinne e squame iridescenti.

Per fortuna ci ha pensato il Maestro, prima di me, a dirlo meglio:

‘Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato. ‘

– E.Montale –