fumo negli occhi

La nonna materna è rimasta vedova giovanissima. Vedova a quarant’ani con zinque fiòi, è il ritornello che sento scandire da tutta la vita. Cinque figli di cui una appena nata, più due altre donne di famiglia, nemmeno la sua, per inciso. Non te lo puoi immaginare, ti deve capitare.

E lì hai due strade: o ti trovi un altro buon uomo che trascini con te questo carretto, portando a casa i suoi pantaloni e la sua busta, o stai da sola e ti arrangi.

Lei ha scelto la seconda.

Le so da mia madre queste cose: il vicino, mi par di vederlo con il cappello in mano, un po’ curvo nell’ossequio, la implora: “Lina, tolème!” – prendetemi, dandosi del Voi, quasi felliniano, grigio e marrone come la campagna d’inverno, sotto la bruma e il letame.

Lei non si è presa mai nessuno, già anziana difendeva ancora questa scelta, diceva: “no vòi saverghen de miserie” – non ne voglio sapere di “miserie”, e il quel ‘miserie’ c’era dentro tutto, tutto. Potenza del dialetto, che in una parola mette dentro i compromessi amari, un letto diviso per un cucchiaio di più nel piatto sbeccato, una triste sostituzione, un siòrsi, masticato a fatica.

Di lei ho il fisico compatto e tracagnotto, il sarcasmo, l’impossibilità fisiologica ad accettare le cazzate (o merda o beretta rossa, come a dire non stiamo tanto a menare il can per l’aia) e quel “mai più” che diventa vita, lei in ginocchio sulla sedia a seguire la tribuna politica, io a sbattacchiare le dita su una tastiera, un po’ per celia, un po’ per non morir.

E la dolcezza, fatta a brandelli da ganasce d’acciaio, fino a scomparire se mai c’è stata, dure da masticare entrambe, ben piantate sulle cosce grosse, sulla punta della lingua munizioni infinite, perché l’attacco è la miglior difesa.

Ho un immagine di lei, in montagna, attorno al tavolo del dopo pasto. Non fumava, ma ogni tanto per vezzo chiedeva un zigaret, tirato in punta di labbra e sicuramente senza aspirare, fresca di messa in piega e densa di cibo, che non si negava mai, un’altra rivincita su una vita di sacrifici. Se ci penso adesso mi pare di immaginare, in quelle quattro boccate, una riscossione con gli interessi del tempo rubato, gli occhi blu messi a fessura su un inimmaginabile orizzonte differente.

E’ mancata da diversi anni ormai, ma se chiudo gli occhi sento ancora l’odore della sua casa, sul campanello il suo cognome. Da nubile.

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la foto

nonniblogIl Vasco e la Maria, l’eleganza nella semplicità, persino in ciabatte,noi non siamo più capaci. Quel terrazzo, le piante aromatiche dentro vecchie latte e catini, i panni stesi con le mollette di legno, così sopra i tetti. E fuori Sesto, degli orti, delle fabbriche, del prestinaio e l’ortolano, la spesa fatta tutti i giorni quando i negozianti li conoscevi per nome di battesimo. Guardate lui, la stessa pettinatura impeccabile tutta la vita, prima di chiudere gli occhi le chiede “un basìn” come se stesse per prendere un treno.

Molto più tardi, io sono bambina, torniamo io e  lei a piedi forse dal cimitero, e ogni volta mi dice, lo sai che in quella casa è nato il tuo papà? Lo so nonna, ma mi piace che tu me lo dica sempre. Mi piace il percorso quotidiano con la borsa della spesa (non quelle di plastica di adesso) con dentro i vuoti a rendere (che fine hanno fatto? perché non si usano più?), le michette che così le fanno solo a Milano.

Nella mia testa Sesto ha quell’odore lì, di pane appena sfornato e pipì di gatto e quelle piastrelline zigrinate del terrazzo avevano un aroma sotto il sole che forse mi sono solo immaginata ma che è indelebile nella mia memoria.

E quando non ci saremo più chi ricorderà? Scrivere è l’unica risposta che mi viene in mente, senza fronzoli, che non servono. Finché posso ricordare un odore, allora ci sto.